\n
LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Falsità ideologica: Socia mente al notaio e viene condannata

Una socia di una cooperativa viene condannata per appropriazione indebita degli incassi del bar che gestiva e per il reato di falsità ideologica del privato. Durante un’assemblea societaria, aveva dichiarato falsamente a un notaio che i membri della cooperativa erano tre, mentre in realtà erano cinque. La sua difesa sosteneva che l’ammissione dei due soci aggiuntivi fosse irregolare. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso, stabilendo un principio chiaro: una delibera societaria è valida finché non viene annullata. Pertanto, dichiarare un numero di soci inferiore a quello risultante dal libro soci costituisce reato, a prescindere da presunti vizi procedurali. La condanna è diventata definitiva.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 10554 Anno 2023
Prenota un appuntamento

Per una consulenza legale o per valutare una possibile strategia difensiva prenota un appuntamento.

La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza.

02.37901052
8:00 – 20:00
(Lun - Sab)
Pubblicato il 29 aprile 2026 in Giurisprudenza Penale

Una dichiarazione falsa e le sue conseguenze

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha affrontato un caso complesso che intreccia la gestione di una cooperativa con due reati specifici: l’appropriazione indebita e la falsità ideologica del privato. La vicenda riguarda una socia di una cooperativa, incaricata anche della gestione di un bar di proprietà della stessa. La giustizia l’ha ritenuta responsabile di aver trattenuto per sé parte degli incassi e, soprattutto, di aver mentito al notaio sul numero reale dei soci durante un’assemblea ufficiale. Questo caso offre uno spunto importante per capire i rischi legali legati alle dichiarazioni rese in contesti formali.

I fatti: tra incassi spariti e soci fantasma

La vicenda ha origine da due condotte illecite. La prima accusa riguardava l’appropriazione indebita. L’Amministratrice della cooperativa contestava alla Socia di non aver versato tutti gli incassi del bar, per una somma di circa 2.500 euro, oltre ad altre somme ricevute da terzi. La Socia, in qualità di responsabile di cassa, aveva l’obbligo di consegnare tutto il denaro alla società, ma secondo l’accusa se ne era impossessata illegittimamente.

La seconda accusa, più tecnica ma altrettanto grave, era quella di falsità ideologica del privato in atto pubblico. Durante un’assemblea straordinaria tenutasi davanti a un notaio, la Socia aveva dichiarato che i membri iscritti nel libro soci della cooperativa erano tre. In realtà, i soci erano cinque, poiché l’Amministratrice ne aveva ammessi altri due mesi prima. La dichiarazione falsa, trascritta nel verbale notarile, ha quindi integrato un reato.

La difesa e il nodo della Falsità ideologica del privato

La difesa della Socia ha tentato di smontare le accuse. Riguardo alla falsità ideologica del privato, l’argomento principale era che la procedura di ammissione dei due nuovi soci fosse viziata. Secondo la difesa, l’amministratore unico non poteva decidere autonomamente l’ingresso di nuovi membri, ma avrebbe dovuto convocare un’assemblea. Di conseguenza, se l’ammissione era illegittima, i soci erano effettivamente tre e la sua dichiarazione al notaio non era falsa.

Questa linea difensiva mirava a dimostrare che la sua dichiarazione, pur non corrispondendo a quanto scritto nel libro soci, rifletteva una realtà sostanziale diversa. In pratica, sosteneva di aver dichiarato il vero numero di soci ‘validi’, ignorando quelli la cui ammissione riteneva irregolare. I giudici, tuttavia, non hanno condiviso questa interpretazione dei fatti e della legge.

Le motivazioni della Cassazione sulla Falsità ideologica del privato

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito un principio di diritto molto chiaro e importante. Un atto societario, come la delibera di ammissione di nuovi soci, produce i suoi effetti legali finché non viene formalmente impugnato e annullato nelle sedi appropriate.

Nel caso specifico, la delibera con cui l’Amministratrice aveva ammesso i due nuovi soci non era mai stata contestata legalmente. Di conseguenza, al momento dell’assemblea davanti al notaio, i due nuovi soci erano a tutti gli effetti iscritti nel libro soci e parte della compagine sociale. La dichiarazione della Socia era quindi oggettivamente falsa, perché non corrispondeva alla realtà giuridica e documentale di quel momento. L’eventuale vizio della procedura di ammissione era irrilevante ai fini del reato di falso, poiché la Socia avrebbe dovuto prima contestare la delibera e non semplicemente ignorarla dichiarando il falso a un pubblico ufficiale.

Le conclusioni: la condanna diventa definitiva

L’esito finale è la conferma della condanna per entrambi i reati. La Socia è stata condannata a quattro mesi di reclusione e 400 euro di multa. La Corte ha anche sottolineato un altro aspetto tecnico: poiché il ricorso è stato giudicato inammissibile per manifesta infondatezza, non è stato possibile dichiarare l’estinzione dei reati per prescrizione, che nel frattempo era maturata. La decisione della Cassazione ribadisce che la verità documentale e giuridica prevale sulle interpretazioni personali, soprattutto quando si rendono dichiarazioni che finiscono in un atto pubblico. Mentire a un notaio, anche se si ritiene di essere nel giusto, costituisce reato.

Cosa rischia chi dichiara il falso a un notaio durante un’assemblea?
Commette il reato di falsità ideologica del privato in atto pubblico, punito con la reclusione. La dichiarazione mendace inserita in un verbale notarile ha rilevanza penale.

Se l’ammissione di nuovi soci in una cooperativa è irregolare, posso dichiarare che non esistono?
No. Secondo la Cassazione, finché la delibera di ammissione non viene annullata nelle sedi competenti, i soci sono legalmente iscritti. Dichiarare un numero inferiore integra il reato di falso.

Appropriarsi degli incassi di un’attività commerciale che si gestisce per conto di una società è un reato?
Sì, costituisce il reato di appropriazione indebita. Chi gestisce la cassa ha l’obbligo di versare gli incassi alla società e non può trattenerli per sé.

Provvedimenti correlati

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

Desideri approfondire l'argomento ed avere una consulenza legale?

Prenota un appuntamento. La consultazione può avvenire in studio a Milano, Pesaro, Benevento, oppure in videoconferenza / conference call e si svolge in tre fasi.

Prima dell'appuntamento: analisi del caso prospettato. Si tratta della fase più delicata, perché dalla esatta comprensione del caso sottoposto dipendono il corretto inquadramento giuridico dello stesso, la ricerca del materiale e la soluzione finale.

Durante l’appuntamento: disponibilità all’ascolto e capacità a tenere distinti i dati essenziali del caso dalle componenti psicologiche ed emozionali.

Al termine dell’appuntamento: ti verranno forniti gli elementi di valutazione necessari e i suggerimenti opportuni al fine di porre in essere azioni consapevoli a seguito di un apprezzamento riflessivo di rischi e vantaggi. Il contenuto della prestazione di consulenza stragiudiziale comprende, difatti, il preciso dovere di informare compiutamente il cliente di ogni rischio di causa. A detto obbligo di informazione, si accompagnano specifici doveri di dissuasione e di sollecitazione.

Il costo della consulenza legale è di € 150,00.
02.37901052
8:00 – 20:00 (Lun - Sab)

Articoli correlati