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False generalità a pubblico ufficiale: la condanna è inevitabile

L’Imputata è stata condannata per il reato di false generalità a pubblico ufficiale dopo aver fornito dati anagrafici falsi durante un controllo stradale. La Corte d’Appello ha confermato la colpevolezza basandosi sul riconoscimento certo degli agenti e sul ritrovamento della donna presso il deposito dell’autocarro da lei condotto. L’Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché volto a richiedere una nuova valutazione delle prove, attività preclusa in sede di legittimità. L’Imputata è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 6334 Anno 2022
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Pubblicato il 10 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Mentire sulla propria identità è un reato grave

Fornire false generalità a pubblico ufficiale costituisce un reato serio che comporta pesanti conseguenze penali. Molti cittadini pensano erroneamente che dichiarare un nome falso per evitare una multa o un controllo sia una violazione di poco conto. Al contrario, il codice penale punisce severamente chiunque attesti falsamente a un pubblico ufficiale la propria identità o le proprie qualità personali. La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato un caso emblematico che chiarisce i confini di questa responsabilità e i limiti del ricorso davanti ai giudici di legittimità. La tutela della fede pubblica e la certezza delle identificazioni personali rappresentano infatti valori fondamentali per l’ordinamento giuridico.

Il caso concreto e le false generalità a pubblico ufficiale

La vicenda nasce dal controllo stradale di un autocarro da parte delle forze dell’ordine. In quella circostanza, la conducente del veicolo ha fornito generalità non corrispondenti al vero per evitare l’identificazione e le relative sanzioni. Gli agenti di polizia hanno successivamente avviato gli accertamenti necessari e hanno rintracciato la donna proprio nel luogo in cui era custodito il mezzo pesante. Gli operanti hanno riconosciuto in modo inequivocabile la persona fermata come colei che aveva reso le dichiarazioni mendaci durante il controllo. Il Tribunale prima e la Corte d’Appello poi hanno ritenuto l’imputata colpevole del reato previsto dall’articolo 495 del codice penale, infliggendo la pena stabilita dalla legge.

Il ricorso in Cassazione e i limiti del giudizio

L’imputata ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione tramite il proprio difensore di fiducia. La difesa ha lamentato una presunta violazione di legge e un vizio di motivazione riguardo alla colpevolezza della donna. In particolare, la ricorrente ha cercato di contestare la ricostruzione dei fatti operata dai giudici nei precedenti gradi di giudizio. La difesa ha sostenuto che vi fossero dubbi sull’effettiva identificazione della conducente e ha richiesto una nuova valutazione delle prove raccolte durante le indagini e il dibattimento. Questo tentativo mira a riaprire una discussione sui fatti che si è già conclusa nei gradi precedenti.

Le motivazioni: la conferma del reato di false generalità a pubblico ufficiale

I giudici della Suprema Corte hanno dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. La Corte ha spiegato che il motivo del ricorso era interamente basato su questioni di fatto. Il sindacato di legittimità della Cassazione non può riconsiderare gli elementi materiali posti a fondamento della decisione. La valutazione delle prove spetta in via esclusiva al giudice di merito. La mera prospettazione di una ricostruzione alternativa non può integrare un vizio di legittimità se la sentenza precedente è logicamente coerente. Nel caso specifico, la Corte d’Appello aveva motivato la decisione in modo impeccabile. I giudici di secondo grado avevano valorizzato l’inequivoco riconoscimento effettuato dagli agenti di polizia e la presenza dell’imputata nel deposito dell’autocarro. Questi elementi escludevano ogni ragionevole dubbio sull’identità del soggetto colpevole e confermavano la correttezza della condanna.

Le conclusioni: l’inammissibilità e le sanzioni pecuniarie

La decisione della Cassazione ribadisce che chi fornisce false generalità a pubblico ufficiale non può sperare in un riesame dei fatti in terzo grado se la motivazione dei giudici di merito è solida e priva di vizi logici. La dichiarazione di inammissibilità comporta conseguenze economiche gravose per il ricorrente. La Suprema Corte ha condannato l’imputata al pagamento delle spese processuali. Inoltre, avendo accertato la colpa della ricorrente nella presentazione di un ricorso palesemente infondato, i giudici l’hanno condannata a versare la somma di tremila euro a favore della Cassa delle ammende. Questa pronuncia conferma il rigore della giustizia contro i tentativi di sviare le indagini e l’inutilità di ricorsi basati solo sul merito dei fatti.

Cosa si rischia se si forniscono false generalità a un pubblico ufficiale?
Si rischia una condanna penale per il reato previsto dall’articolo 495 del codice penale, che punisce la falsa attestazione della propria identità.

La Corte di Cassazione può rivalutare le prove di un processo?
No, la Corte di Cassazione si occupa solo di verificare la corretta applicazione della legge e la logicità della motivazione, senza poter riesaminare i fatti.

Quali sono le conseguenze se il ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
Il ricorrente deve pagare le spese del procedimento e, in caso di colpa, una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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