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False dichiarazioni sull’identità: la condanna è definitiva

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un cittadino straniero per il reato di false dichiarazioni sull’identità ai sensi dell’art. 496 c.p. Inizialmente condannato dal Tribunale, l’imputato aveva ottenuto in appello una riduzione della pena grazie al riconoscimento delle attenuanti generiche. Tuttavia, il successivo ricorso presentato dinanzi alla Suprema Corte è stato dichiarato inammissibile. I giudici di legittimità hanno rilevato che le doglianze espresse dalla difesa erano estremamente generiche e non affrontavano in modo critico le motivazioni della sentenza di secondo grado. Di conseguenza, oltre alla conferma della responsabilità penale, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 4630 Anno 2023
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Pubblicato il 17 aprile 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il reato di false dichiarazioni sull’identità e la fede pubblica

Il sistema giuridico italiano tutela con particolare rigore la veridicità delle informazioni fornite ai pubblici ufficiali. Tra queste, le generalità personali occupano un posto di rilievo, poiché la corretta identificazione dei soggetti è fondamentale per l’ordine pubblico e l’amministrazione della giustizia. Il caso analizzato oggi riguarda il reato di false dichiarazioni sull’identità, una fattispecie prevista dall’articolo 496 del codice penale che punisce chiunque, interrogato sulla propria identità o qualità personali, fornisce indicazioni mendaci. Questo reato non richiede che il falso provochi un danno concreto immediato, essendo sufficiente la messa in pericolo della fede pubblica, ovvero della fiducia che lo Stato e i cittadini ripongono nella veridicità di tali attestazioni.

La vicenda processuale e la condanna per false dichiarazioni sull’identità

La vicenda trae origine da un procedimento penale avviato nei confronti di un cittadino straniero, ritenuto responsabile di aver fornito dati falsi circa la propria identità. In primo grado, il Tribunale di Patti aveva accertato la responsabilità penale dell’imputato, infliggendo la pena corrispondente. Successivamente, la Corte di Appello di Messina aveva parzialmente riformato la decisione. Pur confermando la colpevolezza per le false dichiarazioni sull’identità, i giudici di secondo grado avevano concesso le circostanze attenuanti generiche. Questa decisione aveva portato a una riduzione della pena complessiva, riconoscendo elementi di minor gravità nel comportamento del soggetto o nella sua personalità. Nonostante lo sconto di pena, l’imputato ha deciso di ricorrere in Cassazione, contestando l’accertamento della propria responsabilità.

Il rigetto del ricorso per genericità dei motivi

Presentare un ricorso dinanzi alla Suprema Corte richiede un elevato grado di specificità tecnica. Non è sufficiente manifestare un generico disaccordo con la sentenza impugnata, ma occorre individuare con precisione i vizi di legittimità previsti dal codice di procedura penale. Nel caso in esame, il ricorrente ha lamentato un’illogicità della motivazione riguardo alla ricostruzione dei fatti. Tuttavia, la Cassazione ha rilevato che tale doglianza era priva di sostanza critica. Quando un ricorso si limita a riproporre tesi già respinte o non analizza puntualmente i passaggi logici della sentenza d’appello, viene dichiarato inammissibile. La genericità dei motivi rappresenta uno dei principali ostacoli per chi intende impugnare una condanna per false dichiarazioni sull’identità senza una solida base argomentativa.

Le motivazioni della sentenza sulle false dichiarazioni sull’identità

Le motivazioni espresse dalla settima sezione penale della Corte di Cassazione si concentrano sulla natura del ricorso presentato. I giudici hanno evidenziato che l’atto di impugnazione non conteneva elementi idonei a scardinare l’impianto motivazionale della Corte d’Appello. La sentenza di secondo grado era stata ritenuta coerente e ben strutturata, specialmente nel passaggio in cui confermava la responsabilità per le false dichiarazioni sull’identità. La Suprema Corte ha ribadito che il controllo di legittimità non può trasformarsi in un terzo grado di merito in cui si rivalutano le prove, ma deve limitarsi a verificare la correttezza logica e giuridica del provvedimento. Poiché il ricorso dell’imputato è apparso come una critica vaga e non circostanziata, è scattata la sanzione dell’inammissibilità.

Le conclusioni della Corte sul ricorso inammissibile

In conclusione, la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, rendendo definitiva la condanna per false dichiarazioni sull’identità. Oltre alla conferma della pena stabilita in appello, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese del procedimento. Un aspetto rilevante della decisione riguarda la condanna al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende. Questa sanzione pecuniaria viene applicata quando il ricorso è considerato non solo infondato, ma manifestamente privo di pregio giuridico o presentato con colpa. La sentenza sottolinea l’importanza di una difesa tecnica che sappia selezionare accuratamente i motivi di impugnazione, evitando di intasare il sistema giudiziario con ricorsi privi dei requisiti minimi di ammissibilità.

Cosa si rischia se si forniscono generalità false a un pubblico ufficiale?
Si rischia una condanna penale ai sensi dell’art. 496 c.p., che prevede la reclusione o una multa, oltre all’iscrizione del reato nel casellario giudiziale.

Perché la Cassazione può dichiarare un ricorso inammissibile?
Il ricorso è inammissibile se i motivi sono troppo generici, se non contestano specificamente la sentenza precedente o se riguardano questioni di fatto anziché di diritto.

Cos’è la sanzione in favore della Cassa delle ammende?
Si tratta di una somma di denaro che il ricorrente deve pagare allo Stato quando il suo ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile o rigettato per colpa.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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