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False dichiarazioni penali: l’intento conta, ricorso inammissibile

Un individuo è stato condannato per false dichiarazioni penali, avendo omesso di riportare condanne pregresse nel certificato penale per ottenere un beneficio. Ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo l’assenza di dolo (intenzione) nel reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito che il dolo è escluso solo se le condanne non erano più presenti nel certificato penale. La Corte ha ritenuto il motivo di ricorso manifestamente infondato, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma alla Cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 28880 Anno 2022
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Pubblicato il 3 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

L’importanza della verità nelle dichiarazioni legali e le False dichiarazioni penali

Nel mondo del diritto, la verità è un pilastro fondamentale. Ogni dichiarazione resa in un contesto legale porta con sé la responsabilità di essere veritiera. Le false dichiarazioni penali rappresentano una grave violazione di questo principio, con conseguenze significative per chi le commette. La Corte di Cassazione, con una recente ordinanza, ha ribadito un principio cruciale riguardo l’elemento psicologico, o “dolo”, necessario per configurare tale reato. Comprendere questo aspetto è essenziale per chiunque si trovi a dover fare dichiarazioni in procedimenti giudiziari o amministrativi.

Il caso: una condanna per false dichiarazioni

Un individuo è stato condannato in appello per aver reso dichiarazioni non veritiere. Nello specifico, aveva omesso di riportare alcune condanne pregresse nel suo certificato penale, un documento fondamentale per attestare l’assenza di precedenti penali in determinate circostanze. Questa omissione ha portato alla sua condanna per un reato previsto dall’articolo 76 del DPR n. 115/2002, che sanziona proprio le false dichiarazioni o le omissioni finalizzate a ottenere benefici, come ad esempio il patrocinio a spese dello Stato.

Il ricorso e la questione del dolo nelle false dichiarazioni penali

L’individuo ha deciso di presentare ricorso alla Corte di Cassazione. Il fulcro della sua difesa ruotava attorno alla contestazione dell’elemento soggettivo del reato, ovvero il “dolo”. In termini semplici, il ricorrente sosteneva di non aver agito con l’intenzione specifica di ingannare o di commettere il reato. Il dolo, infatti, è l’intenzione consapevole di realizzare un fatto illecito. Senza dolo, un reato non può essere configurato, a meno che non sia prevista la punibilità a titolo di colpa (negligenza o imprudenza). La difesa mirava a dimostrare che l’omissione non era stata intenzionale, ma magari frutto di errore o dimenticanza.

L’orientamento consolidato della giurisprudenza sulle false dichiarazioni penali

La Corte di Cassazione ha esaminato attentamente il ricorso. Ha richiamato un orientamento giurisprudenziale (cioè l’interpretazione costante dei giudici) già consolidato. Questo orientamento stabilisce un principio chiaro: il dolo, l’intenzione di commettere il reato di false dichiarazioni, è escluso solo in un caso specifico. Questo si verifica quando le condanne pregresse, che l’individuo avrebbe dovuto dichiarare, non erano più presenti nel certificato penale. In altre parole, se il certificato penale era “pulito” per ragioni legali (ad esempio, riabilitazione o estinzione del reato), allora l’omissione non sarebbe stata dolosa. Se invece le condanne erano ancora presenti e l’individuo le ha deliberatamente omesse, l’intenzione di ingannare è presunta.

Le motivazioni: L’importanza del dolo nelle false dichiarazioni penali

La Suprema Corte ha ritenuto il motivo di ricorso manifestamente infondato. Ha spiegato che la contestazione sulla qualificazione giuridica del fatto e sull’elemento soggettivo del reato (il dolo) non aveva basi solide. La giurisprudenza è chiara: l’intenzione di commettere il reato di false dichiarazioni è presente quando un individuo omette di dichiarare condanne che risultano ancora nel suo certificato penale. Non basta una semplice dimenticanza o una generica ignoranza della legge. L’individuo ha l’onere di verificare la propria situazione e di dichiarare il vero. La sentenza ha quindi confermato che, nel caso specifico, l’elemento del dolo era configurabile, poiché le condanne omesse avrebbero dovuto essere dichiarate e risultavano ancora nel certificato.

Le conclusioni: Le conseguenze delle false dichiarazioni penali

Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Questo significa che il ricorso non è stato nemmeno esaminato nel merito, perché ritenuto privo dei requisiti formali o manifestamente infondato. L’individuo è stato condannato non solo al pagamento delle spese processuali, ma anche a versare una somma di 3.000,00 euro in favore della Cassa delle ammende. Questa somma è una sanzione aggiuntiva che viene imposta quando un ricorso viene dichiarato inammissibile per colpa del ricorrente. La decisione della Cassazione sottolinea l’importanza della diligenza e della veridicità nelle dichiarazioni rese in contesti legali e ribadisce che le false dichiarazioni penali comportano gravi conseguenze.

Cosa succede se si fanno false dichiarazioni in un procedimento penale?
Fare false dichiarazioni o omettere informazioni rilevanti in un procedimento penale può configurare un reato, come quello previsto dall’articolo 76 del DPR n. 115/2002, e portare a una condanna con conseguenze legali e pecuniarie.

Quando si considera assente il dolo (intenzione) nelle false dichiarazioni?
Il dolo, ovvero l’intenzione di ingannare, è escluso solo se le condanne pregresse che si sarebbero dovute dichiarare non erano più presenti nel certificato penale al momento della dichiarazione. In tutti gli altri casi, l’intenzione è presunta.

Quali sono le conseguenze di un ricorso inammissibile in Cassazione?
Un ricorso dichiarato inammissibile non viene esaminato nel merito. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e, se la colpa è sua, anche a versare una somma alla Cassa delle ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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