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Falsa testimonianza per salvare la NASPI: condanna definitiva

Una lavoratrice è stata condannata per il reato di falsa testimonianza per aver dichiarato, in una causa di lavoro, di non aver mai lavorato per un’azienda e di non conoscere un collega licenziato. In realtà, la donna lavorava in nero per una società satellite gestita dallo stesso gruppo, mentre percepiva l’indennità di disoccupazione NASPI. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna, confermando la condanna a due anni di reclusione (pena sospesa). I giudici hanno chiarito che la falsa testimonianza si configura se le dichiarazioni sono pertinenti al momento della deposizione (valutazione ex ante), a nulla rilevando che abbiano poi concretamente influenzato la decisione finale del giudice civile.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 22944 Anno 2026
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Pubblicato il 13 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il caso: la falsa testimonianza per nascondere il lavoro in nero

Una lavoratrice ha negato davanti al giudice civile di aver mai lavorato per una determinata azienda. La donna ha inoltre dichiarato di non conoscere un collega che era stato licenziato. Questa deposizione è avvenuta durante una causa di lavoro incentrata proprio sulla legittimità di quel licenziamento. Le indagini successive hanno però smentito le sue parole. La donna ha mentito per un motivo preciso. Nel periodo della testimonianza, ella risultava formalmente disoccupata e percepiva l’indennità di disoccupazione NASPI. Ammettere la verità avrebbe significato confessare di lavorare in nero. Per questo motivo, la donna ha preferito rendere dichiarazioni non veritiere. Questo comportamento ha fatto scattare l’accusa di falsa testimonianza.

La finta distinzione tra le due società

La difesa della lavoratrice ha cercato di sfruttare una distinzione formale. La donna risultava assunta da una società di logistica. Il collega licenziato lavorava invece per un’altra s.r.l. Le visure camerali mostravano due entità giuridiche separate, con sedi e amministratori diversi. Tuttavia, i giudici di merito hanno svelato la realtà dei fatti. Le due aziende facevano capo alla stessa persona fisica. Questa persona gestiva entrambe le attività in modo unitario. I dipendenti delle due società lavoravano nello stesso contesto organizzativo. Di conseguenza, la distinzione formale tra le due imprese era priva di rilievo pratico. La lavoratrice svolgeva la sua attività nello stesso ambiente del collega licenziato. Le testimonianze di altri dipendenti hanno confermato questa assoluta sovrapposizione operativa.

Quando si consuma il reato di mentire in tribunale

La difesa ha sostenuto che le dichiarazioni della donna fossero irrilevanti. Secondo questa tesi, il giudice del lavoro non aveva utilizzato quella testimonianza per decidere la causa sul licenziamento. Di conseguenza, la menzogna non avrebbe avuto alcuna efficacia ingannevole. La Corte di Cassazione ha respinto con forza questo argomento. Il reato si consuma nel momento stesso in cui il testimone rende la dichiarazione falsa. La pertinenza dei fatti si valuta in quel preciso istante. Non ha alcuna importanza se, in un momento successivo, il giudice decida la causa basandosi su altre prove. L’idoneità a sviare la giustizia va considerata prima, e non dopo la sentenza.

Le motivazioni: la rilevanza della falsa testimonianza

I giudici della Suprema Corte hanno chiarito che la falsa testimonianza tutela il corretto funzionamento della giustizia. Il testimone ha l’obbligo di dire la verità su tutti i fatti pertinenti alla causa. La conoscenza personale tra colleghi di lavoro è un elemento rilevante in una causa di licenziamento. La lavoratrice ha mentito consapevolmente per proteggere il proprio interesse economico personale. Ella voleva evitare la revoca dell’indennità di disoccupazione. Questa motivazione egoistica non cancella la gravità del fatto. La Corte ha confermato che il giudice di rinvio ha motivato la decisione in modo logico e coerente. Le prove testimoniali dei colleghi erano attendibili e precise. Al contrario, i testimoni portati dalla difesa lavoravano di notte e non potevano conoscere la situazione degli uffici diurni.

Le conclusioni: la condanna definitiva per la lavoratrice

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della lavoratrice. Questa decisione rende definitiva la condanna a due anni di reclusione. I giudici hanno concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena. Oltre alla condanna penale, la donna deve pagare le spese del procedimento giudiziario. La Corte l’ha condannata anche al pagamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. Questa sanzione pecuniaria si applica quando il ricorso viene giudicato totalmente infondato o inammissibile. La sentenza ribadisce che mentire sotto giuramento comporta conseguenze gravissime, anche se si cerca di nascondere una situazione di lavoro irregolare.

Quando si configura il reato di falsa testimonianza?
Il reato si consuma nel momento in cui il testimone dichiara il falso su fatti pertinenti alla causa, anche se poi la menzogna non influisce sulla decisione finale del giudice.

Cosa rischia chi mente per nascondere un lavoro in nero?
Chi dichiara il falso per non perdere sussidi come la NASPI rischia una condanna penale per falsa testimonianza, oltre alla perdita del beneficio e a sanzioni pecuniarie.

Come viene valutata l’importanza della falsa dichiarazione?
La rilevanza della bugia viene valutata al momento della deposizione e non dopo la fine del processo, considerando se i fatti erano utili a ricostruire la vicenda.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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