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Falsa attestazione: mente sulla convivenza per un colloquio in carcere

Una donna è stata condannata in via definitiva per il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale. Per ottenere il permesso di un colloquio in carcere con un detenuto, aveva falsamente dichiarato di essere la sua convivente. La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, stabilendo che mentire su una qualità personale, come un rapporto di convivenza, per ottenere un beneficio previsto dalla legge, integra pienamente questo delitto. La condanna è quindi diventata irrevocabile, con l’obbligo per l’imputata di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 12260 Anno 2023
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Pubblicato il 30 aprile 2026 in Giurisprudenza Penale

Dichiarare il falso per un colloquio in carcere: una sentenza chiara

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio importante in materia di falsa attestazione a pubblico ufficiale. La vicenda riguarda una donna che, per poter incontrare un detenuto, aveva dichiarato di essere la sua convivente, pur non essendolo. Questa bugia, apparentemente piccola, le è costata una condanna penale definitiva. La sentenza sottolinea come qualsiasi dichiarazione mendace su status o qualità personali, quando serve a ottenere un diritto o un beneficio, costituisce un reato serio, con conseguenze legali precise e inevitabili.

I fatti: una bugia per superare le sbarre

La storia inizia con la richiesta di una donna di essere ammessa a un colloquio visivo con una persona detenuta in carcere. La legge prevede che tali incontri siano autorizzati per i familiari e, in certi casi, per i conviventi. Consapevole di questo, la donna ha attestato falsamente di avere un rapporto di convivenza con il detenuto. Sulla base di questa dichiarazione, le autorità le avevano concesso il permesso. Tuttavia, controlli successivi hanno svelato la falsità dell’attestazione. Di conseguenza, la donna è stata accusata e condannata per il reato di falsa attestazione a un pubblico ufficiale, previsto dall’articolo 495 del Codice Penale, oltre che per favoreggiamento personale.

La difesa e il ricorso in Cassazione

L’imputata ha contestato la condanna fino all’ultimo grado di giudizio. La sua difesa sosteneva che il fatto non fosse così grave da rientrare nella fattispecie dell’articolo 495 del Codice Penale. Secondo i suoi legali, la dichiarazione non riguardava l’identità della persona, ma una semplice situazione di fatto, e avrebbe dovuto essere inquadrata in un reato meno grave o addirittura non punibile. Il ricorso mirava a ottenere una riqualificazione del reato, sostenendo che la condotta non avesse leso in modo significativo la fede pubblica, ovvero la fiducia che lo Stato ripone nelle dichiarazioni dei cittadini.

Il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale

La Corte di Cassazione ha respinto completamente le argomentazioni della difesa. I giudici hanno chiarito che il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale non punisce solo chi mente sulla propria identità anagrafica. La norma si applica anche a chi dichiara il falso su ‘qualità personali’ o ‘status’ a cui l’ordinamento giuridico collega effetti importanti. In questo caso, lo status di ‘convivente’ è una qualità personale che la legge riconosce come presupposto per esercitare il diritto al colloquio. Mentire su questo punto significa ingannare la pubblica amministrazione per ottenere un vantaggio non dovuto.

Le motivazioni: perché mentire sulla convivenza è reato

La Corte ha spiegato che la dichiarazione di convivenza non è una semplice affermazione privata, ma un’attestazione con precise conseguenze giuridiche. L’ordinamento penitenziario, infatti, la considera una condizione che legittima l’accesso ai colloqui. Di conseguenza, attestare falsamente tale status integra pienamente il delitto di falsa attestazione a pubblico ufficiale. I giudici hanno citato precedenti sentenze conformi, consolidando un orientamento ormai stabile. La bugia della donna non era innocua, ma ha indotto in errore un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, minando la fiducia che deve esistere tra cittadino e Stato.

Le conclusioni: la condanna definitiva

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Questa decisione ha reso la condanna definitiva. L’imputata è stata quindi condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende. La sentenza rappresenta un monito chiaro: la legge prende molto sul serio le dichiarazioni rese ai pubblici ufficiali, specialmente quando queste sono il presupposto per ottenere diritti o benefici. Anche una bugia apparentemente piccola può avere conseguenze penali molto serie.

Mentire su una relazione per vedere un detenuto è reato?
Sì, la Corte di Cassazione ha confermato che dichiarare falsamente di essere convivente per ottenere un colloquio in carcere costituisce il reato di falsa attestazione a pubblico ufficiale.

Cosa si rischia per una falsa attestazione a pubblico ufficiale?
Si rischia una condanna penale che, secondo l’articolo 495 del codice penale, può comportare la reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali e di eventuali sanzioni pecuniarie.

Quale tipo di dichiarazione è considerata una ‘qualità personale’ rilevante per la legge?
Qualsiasi situazione di fatto, come lo stato di convivenza, a cui la legge collega effetti giuridici specifici, come l’autorizzazione a un colloquio con una persona detenuta.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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