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Droga in carcere: non è mai spaccio di lieve entità

La Corte di Cassazione ha escluso la possibilità di qualificare come spaccio di lieve entità la condotta di una donna che ha tentato di introdurre in carcere quasi 64 dosi di hashish. La droga era nascosta nell’orlo di un giaccone destinato al compagno detenuto. Secondo i giudici, la modalità dell’azione, ovvero l’introduzione dello stupefacente in un istituto penitenziario, e la quantità non trascurabile, dimostrano una professionalità e un’offensività incompatibili con l’ipotesi del fatto di lieve entità. La condanna della donna è stata quindi confermata, respingendo il suo ricorso e condannandola al pagamento delle spese processuali.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 13803 Anno 2026
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Pubblicato il 27 aprile 2026 in Giurisprudenza Penale

Spaccio in carcere: una condotta che esclude la lieve entità

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito un principio fondamentale in materia di stupefacenti, negando la configurabilità dello spaccio di lieve entità per chi tenta di introdurre droga all’interno di un istituto penitenziario. La decisione chiarisce come le modalità e il contesto dell’azione possano avere un peso decisivo nella valutazione della gravità del reato, anche a fronte di quantitativi non enormi.

I fatti del caso

La vicenda riguarda una donna, accusata di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. Il fatto scatenante non è un semplice controllo per strada, ma un episodio ben più grave. La donna ha tentato di consegnare un giaccone al proprio compagno, attualmente detenuto in carcere. All’interno dell’orlo del capo di abbigliamento, gli agenti penitenziari hanno scoperto una quantità di hashish. Le analisi hanno rivelato un principio attivo pari a quasi 1.600 milligrammi, sufficiente a confezionare circa 64 dosi singole. Questa circostanza ha immediatamente aggravato la sua posizione, portando a una condanna per spaccio.

La difesa e la richiesta di spaccio di lieve entità

La difesa dell’imputata ha tentato di ottenere una riqualificazione del reato in spaccio di lieve entità. Questa ipotesi, prevista dall’articolo 73, comma 5, del Testo Unico Stupefacenti, comporta una pena significativamente più bassa. Per ottenerla, è necessario dimostrare che l’offesa alla salute pubblica sia minima. La difesa ha sostenuto che il fatto, nel suo complesso, potesse rientrare in questa categoria meno grave. L’obiettivo era chiaro: ridurre la pena e ottenere benefici come le pene sostitutive, anch’esse negate nei gradi di merito.

I criteri per valutare la lieve entità

Per stabilire se un fatto di spaccio sia di lieve entità, il giudice non guarda solo alla bilancia. La legge impone una valutazione complessiva che tiene conto di più elementi. I principali sono: la quantità e la qualità della sostanza, i mezzi utilizzati, le modalità e le circostanze dell’azione. Un piccolo quantitativo non garantisce automaticamente la lieve entità, così come una quantità superiore non la esclude a priori. È l’insieme di questi fattori a determinare il giudizio finale sulla reale offensività della condotta.

Le motivazioni della Cassazione: perché non è spaccio di lieve entità

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la decisione dei giudici precedenti. Il ragionamento è stato netto e lineare. I giudici supremi hanno sottolineato che due elementi specifici rendevano impossibile riconoscere lo spaccio di lieve entità. Primo, la quantità, sebbene non gigantesca, era comunque “significativa”. Secondo, e più importante, la modalità dell’azione era particolarmente grave. Introdurre droga in un carcere è una condotta che dimostra un’elevata capacità criminale e un inserimento non occasionale nei circuiti del narcotraffico. Questo comportamento, definito “professionale”, è del tutto incompatibile con la “minima offensività” richiesta per la lieve entità.

Conclusioni: la decisione finale

La Corte ha stabilito che la gravità delle modalità di spaccio, come l’introduzione in carcere, può da sola assorbire ogni altra valutazione e impedire il riconoscimento del fatto lieve. L’imputata ha quindi visto il suo ricorso respinto. La condanna è diventata definitiva. Oltre a ciò, è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di tremila euro alla cassa delle ammende. La sentenza riafferma che il contesto in cui avviene un reato è fondamentale per misurarne la pericolosità sociale.

Cos’è lo spaccio di lieve entità?
È una forma meno grave del reato di spaccio, prevista quando la quantità, la qualità della droga e le modalità dell’azione sono tali da causare un danno minimo alla salute pubblica. La pena è notevolmente inferiore rispetto allo spaccio ordinario.

La quantità di droga è l’unico fattore che conta per la lieve entità?
No. La quantità è solo uno degli elementi. I giudici devono valutare complessivamente anche le modalità dell’azione (come nascondere la droga), i mezzi usati e le circostanze. Come dimostra questo caso, una modalità particolarmente grave può escludere la lieve entità anche con quantità non enormi.

Qual è stata la decisione finale per la persona coinvolta?
La Corte di Cassazione ha respinto il suo ricorso, rendendo definitiva la condanna per spaccio. Le è stata negata la qualifica di fatto di lieve entità ed è stata condannata a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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