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Disturbo quiete pubblica: condanna certa con un appello generico

Un cittadino, condannato per disturbo della quiete pubblica, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. I giudici hanno però dichiarato il ricorso inammissibile, perché formulato in modo troppo generico e astratto, senza argomentazioni concrete legate al caso specifico. La Corte ha quindi confermato la condanna, stabilendo che per impugnare una sentenza non basta enunciare un principio di legge, ma è necessario spiegare dettagliatamente perché e come quel principio sia stato violato. L’imputato è stato anche condannato a pagare le spese processuali e una multa.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 13926 Anno 2023
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Pubblicato il 2 maggio 2026 in Giurisprudenza Penale

Un caso di disturbo della quiete pubblica arriva in Cassazione

La convivenza civile si basa sul rispetto reciproco, un principio che trova applicazione anche nella gestione dei rumori. Una recente decisione della Corte di Cassazione ha ribadito un importante aspetto procedurale legato proprio a un caso di disturbo della quiete pubblica. La vicenda riguarda un cittadino condannato per aver violato la tranquillità dei suoi vicini. Non accettando la decisione dei giudici di merito, l’uomo ha deciso di portare il suo caso fino all’ultimo grado di giudizio, ma l’esito non è stato quello sperato. La sua impugnazione, infatti, è stata bloccata per un vizio formale, offrendo uno spunto fondamentale sull’importanza di redigere un ricorso in modo corretto e specifico.

I fatti all’origine della controversia

La storia inizia con un classico scenario di vita quotidiana. Un cittadino viene accusato e successivamente condannato per il reato previsto dall’articolo 659 del Codice Penale. Questa norma punisce chiunque, con schiamazzi, rumori o abusi di strumenti sonori, disturba le occupazioni o il riposo delle persone. Sebbene la sentenza non entri nei dettagli specifici del comportamento, possiamo immaginare una situazione di rumori molesti, protratti nel tempo e tali da superare la normale tollerabilità, causando un effettivo fastidio al vicinato. A seguito della condanna nei primi due gradi di giudizio, l’imputato ha deciso di giocare la sua ultima carta: il ricorso alla Suprema Corte di Cassazione.

Il ricorso in Cassazione: un’impugnazione astratta

L’imputato ha presentato ricorso basandosi su un presunto vizio di motivazione della sentenza d’appello. In pratica, sosteneva che i giudici precedenti non avessero spiegato in modo logico e sufficiente le ragioni della sua condanna. Questo tipo di motivo è previsto dalla legge (articolo 606, lettera e, del codice di procedura penale) e consente alla Cassazione di annullare una sentenza la cui motivazione sia mancante, contraddittoria o palesemente illogica. Tuttavia, non basta semplicemente citare la norma per ottenere ragione. È necessario dimostrare, con argomenti concreti e puntuali, dove risieda esattamente il difetto nella decisione impugnata. Ed è proprio qui che il ricorso del cittadino ha fallito.

Perché un ricorso generico sul disturbo della quiete pubblica non funziona

La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso e lo ha immediatamente bocciato. I giudici hanno osservato che il motivo presentato era ‘astrattamente riconducibile’ alla norma invocata, ma ‘non sorretto da alcuna concreta illustrazione ed argomentazione’. In parole semplici, l’avvocato dell’imputato si era limitato a lamentare un generico vizio di motivazione senza però calarlo nella realtà processuale. Non aveva spiegato quali parti della sentenza fossero illogiche, quali prove fossero state valutate male o perché le conclusioni dei giudici fossero insostenibili. Un ricorso così formulato è considerato ‘generico’ e, come tale, inammissibile.

Le motivazioni: la necessità di argomenti specifici

La decisione della Corte si fonda su un principio cardine del processo: la specificità dei motivi di impugnazione. Chi si rivolge alla Cassazione non può limitarsi a una critica vaga della sentenza. Deve, al contrario, condurre un’analisi dettagliata, evidenziando le specifiche criticità e mettendole in relazione con gli atti del processo. In questo caso di disturbo della quiete pubblica, l’imputato avrebbe dovuto, per esempio, indicare le testimonianze ignorate o travisate, oppure le incongruenze logiche nel ragionamento del giudice d’appello. Senza questa concretezza, il ricorso si trasforma in una richiesta di riesame dei fatti, compito che non spetta alla Corte di Cassazione, la quale è giudice di legittimità e non di merito.

Le conclusioni: condanna definitiva e pagamento delle spese

L’esito è stato inevitabile. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Questa decisione ha reso la condanna per disturbo della quiete pubblica definitiva. Oltre a ciò, l’imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende. Questa pronuncia è un monito importante: nel processo penale, e in particolare davanti alla Cassazione, la forma è sostanza. Un ricorso non adeguatamente argomentato e privo di riferimenti concreti è destinato a fallire, con conseguenze negative sia sulla posizione giuridica che economica del ricorrente.

Cosa si intende per disturbo della quiete pubblica?
È un reato che si configura quando si disturba il riposo o le attività di un numero indeterminato di persone con schiamazzi, rumori o l’uso eccessivo di strumenti sonori, superando la normale tollerabilità.

Cosa significa che un ricorso in Cassazione è ‘inammissibile’?
Significa che la Corte non lo esamina nel merito perché manca dei requisiti richiesti dalla legge. Ad esempio, può essere inammissibile se i motivi sono troppo generici, non pertinenti o presentati fuori termine.

Se il mio ricorso viene dichiarato inammissibile, cosa succede?
La sentenza di condanna impugnata diventa definitiva e deve essere eseguita. Inoltre, si viene condannati a pagare le spese del procedimento e una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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