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Distruzione delle cose sequestrate: stop a merci non certificate

Il Pubblico Ministero disponeva il sequestro e la distruzione di decine di migliaia di mascherine protettive e occhiali privi di marchio CE e certificazioni di conformità. L’amministratore della società proprietaria proponeva opposizione al Giudice per le Indagini Preliminari per ottenere la restituzione della merce. Il Giudice confermava il provvedimento ravvisando il divieto assoluto di commercializzazione dei dispositivi per motivi di sicurezza pubblica. L’imprenditore impugnava la decisione sostenendo la regolarità iniziale dei prodotti e l’utilizzabilità come mascherine generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, statuendo che la distruzione delle cose sequestrate è pienamente legittima quando i beni non rispettano i requisiti di legge e di sicurezza previsti per la vendita.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 5 Num. 37168 Anno 2022
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Pubblicato il 3 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il provvedimento di sequestro sui dispositivi non conformi

L’autorità giudiziaria ha confermato la legittimità della distruzione delle cose sequestrate quando i beni risultano privi delle certificazioni di sicurezza necessarie per la vendita al pubblico. La vicenda trae origine dal blocco di un ingente quantitativo di dispositivi di protezione individuale e medica. Tra questi figuravano migliaia di mascherine e occhiali protettivi importati per la distribuzione commerciale.

Durante i controlli doganali, i funzionari hanno riscontrato gravi irregolarità formali e sostanziali. I prodotti mancavano del marchio CE e non possedevano alcuna indicazione sulla data di produzione o sulla scadenza. I lotti non contenevano istruzioni in lingua italiana e non consentivano di identificare l’ente certificatore. Di conseguenza, il Pubblico Ministero ordinava il blocco della merce e la successiva eliminazione fisica dei lotti irregolari.

Le contestazioni difensive sulla distruzione delle cose sequestrate

L’imprenditore presentava formale opposizione per bloccare lo smaltimento dei prodotti. La difesa sosteneva che i beni non fossero deperibili e che la merce potesse circolare liberamente come mascherina di comunità. Secondo questa tesi, i prodotti non richiedevano certificazioni complesse al momento dell’acquisto.

La difesa contestava inoltre l’utilizzo delle annotazioni della polizia giudiziaria. L’imprenditore riteneva ingiusto considerare la data di scadenza ormai vicina come motivo di distruzione. L’amministratore affermava che i beni erano pienamente validi al momento del primo intervento repressivo. Il Giudice per le Indagini Preliminari respingeva comunque la richiesta difensiva, confermando l’impossibilità di immettere sul mercato oggetti insicuri e privi di tracciabilità.

Il ricorso alla Suprema Corte

L’amministratore della società impugnava la decisione del giudice tramite ricorso per cassazione. L’atto difensivo lamentava violazioni di legge nella qualificazione giuridica dei beni. In particolare, il ricorrente insisteva sull’assenza di un pericolo immediato derivante dalla custodia dei beni.

La Procura Generale richiedeva la declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione. I giudici di legittimità hanno preliminarmente chiarito il percorso procedurale corretto. La legge consente il ricorso in Cassazione contro l’ordinanza del giudice che decide sull’opposizione al decreto di distruzione. Tuttavia, le censure devono riguardare vizi di legittimità e non valutazioni di fatto già risolte.

Le motivazioni sulla distruzione delle cose sequestrate per divieto di vendita

I giudici della Corte di Cassazione hanno evidenziato la correttezza del provvedimento impugnato. La legge processuale consente espressamente l’eliminazione dei beni quando esiste un divieto normativo alla loro immissione in commercio. La radicale assenza di documentazione di sicurezza rende il prodotto intrinsecamente pericoloso per l’incolumità dei consumatori.

La motivazione sottolinea che la mancanza di marcatura CE e di istruzioni in lingua nazionale preclude ogni possibile vendita. Non rileva la presunta natura di bene generico quando la conformità tecnica risulta del tutto indimostrata. I rilievi tecnici dell’Ufficio delle Dogane hanno documentato in modo inoppugnabile la totale inidoneità dei prodotti.

Le conclusioni della Cassazione sulla distruzione dei beni irregolari

La Suprema Corte ha dichiarato l’inammissibilità totale del ricorso proposto dall’amministratore societario. Il ricorrente non ha superato le argomentazioni fondate sul divieto oggettivo di commercializzazione. Le critiche difensive si risolvevano in contestazioni di merito inammissibili in sede di legittimità.

La decisione finale ha confermato definitivamente il decreto di distruzione dei lotti non conformi. Il collegio ha inoltre condannato l’imprenditore al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di una sanzione di tremila euro in favore della cassa delle ammende.

Quando il giudice può disporre la distruzione anticipata della merce sottoposta a sequestro penale?
L’autorità giudiziaria può ordinare la distruzione quando i beni sono deperibili, pericolosi da custodire oppure soggetti a un divieto assoluto di commercializzazione per mancanza di requisiti di legge.

Quali strumenti legali ha a disposizione il proprietario per opporsi al decreto di distruzione del pubblico ministero?
Il proprietario può proporre opposizione davanti al Giudice per le Indagini Preliminari e, in caso di rigetto, impugnare la decisione con ricorso per cassazione per violazione di legge.

Cosa accade se i prodotti sequestrati non possiedono marcatura CE o istruzioni in lingua italiana?
L’assenza di marcatura di conformità e di indicazioni obbligatorie impedisce l’immissione sul mercato del prodotto, giustificandone il vincolo cautelare e la successiva eliminazione.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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