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Discrezionalità del giudice nella pena: il ricorso inammissibile

Un imputato è stato condannato per un reato legato agli stupefacenti e ha ricevuto una pena di quattro mesi di reclusione e una multa. Ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che la pena fosse eccessiva e che la motivazione del giudice fosse insufficiente (vizio di motivazione). La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha ribadito l’ampia **discrezionalità del giudice nella pena**, affermando che il potere del giudice di determinare la sanzione tra i limiti minimi e massimi è vasto. La Corte ha ritenuto la pena giustificata dalla natura non occasionale della condotta e dai precedenti dell’imputato. L’imputato deve pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 26587 Anno 2022
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Pubblicato il 3 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

La Discrezionalità del Giudice nella Pena: Un Caso di Inammissibilità

Nel sistema giudiziario italiano, la determinazione della pena rappresenta un momento cruciale. La discrezionalità del giudice nella pena è un principio fondamentale che consente al magistrato di adattare la sanzione al caso concreto. Questo potere, tuttavia, non è illimitato. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha ribadito i confini di tale discrezionalità, dichiarando inammissibile un ricorso che contestava l’eccessiva entità di una pena.

Il Fatto: La Condanna e il Ricorso per Pena Eccessiva

Un imputato ha ricevuto una condanna per un reato previsto dall’articolo 73, comma 5, del d.P.R. n. 309 del 1990, ovvero una violazione della normativa sugli stupefacenti. La sentenza di primo grado, confermata poi dalla Corte d’Appello, stabiliva una pena di quattro mesi di reclusione e seicento euro di multa. L’imputato, tramite il suo difensore, ha deciso di ricorrere in Cassazione. Ha contestato la sentenza per un presunto vizio di motivazione, sostenendo che la pena applicata fosse eccessiva e non adeguatamente giustificata.

La Discrezionalità del Giudice nella Pena: Il Principio Giuridico

La legge conferisce al giudice un ampio potere discrezionale nella quantificazione della pena. Questo significa che il giudice può scegliere l’entità della sanzione all’interno di un intervallo stabilito dalla legge, tra un minimo e un massimo edittale. Per esercitare questa facoltà, il giudice deve considerare i criteri indicati dall’articolo 133 del Codice Penale. Questi criteri includono la gravità del reato, la capacità a delinquere del reo, i motivi a delinquere, il carattere del colpevole, la condotta antecedente e successiva al reato, e le condizioni di vita del reo. Non è richiesta una motivazione eccessivamente dettagliata, basta che il giudice abbia valutato, anche in modo sintetico, uno o più di questi elementi.

Quando la Quantificazione della Pena è Legittima

La Corte di Cassazione ha chiarito che il suo controllo sulla quantificazione della pena è limitato. La Suprema Corte interviene solo quando la decisione del giudice di merito risulta arbitraria o illogica. Non è sufficiente che la pena sia vicina al minimo edittale per richiedere una motivazione più approfondita. Se il giudice ha applicato una pena prossima al minimo, non è necessaria un’argomentazione particolarmente dettagliata. Il sindacato di legittimità, ovvero il controllo della Cassazione, si concentra sulla correttezza del processo logico seguito dal giudice, non sulla mera opportunità della scelta della pena.

Le Motivazioni della Cassazione sulla Discrezionalità del Giudice nella Pena

Nel caso specifico, la Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno ritenuto che l’entità della pena fosse stata correttamente giustificata. La Corte ha evidenziato che la condotta dell’imputato non era occasionale o isolata. Inoltre, il giudice di merito aveva tenuto conto dei precedenti specifici dell’imputato. La difesa aveva sollevato la questione della mancata contestazione della recidiva, ma la Cassazione ha considerato questa circostanza ininfluente. I precedenti penali, anche se non formalmente contestati come recidiva, rimangono un elemento che il giudice può valutare negativamente per determinare la discrezionalità del giudice nella pena.

Le Conclusioni: Il Ricorso Inammissibile e le Sue Conseguenze

Per tutte le ragioni esposte, la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso dell’imputato inammissibile. Questa decisione ha comportato la condanna dell’imputato al pagamento delle spese processuali. Inoltre, l’imputato è stato condannato a versare una somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. La sentenza ha quindi confermato la validità della decisione dei giudici di merito, ribadendo i principi che regolano la determinazione della pena e i limiti del controllo di legittimità della Suprema Corte.

Cosa significa la discrezionalità del giudice nella pena?
Significa che il giudice ha un ampio potere di decidere l’entità della pena, scegliendo tra il minimo e il massimo previsti dalla legge, in base alle circostanze del caso concreto e ai criteri stabiliti dal Codice Penale.

Quando un ricorso contro la quantificazione della pena può essere accolto?
Un ricorso può essere accolto solo se la decisione del giudice sulla pena è frutto di un errore evidente, di un’illogicità manifesta o di un arbitrio, non per una semplice valutazione diversa dell’entità della sanzione.

Quali elementi considera il giudice per stabilire la pena?
Il giudice valuta diversi fattori, come la gravità del reato, la personalità dell’imputato, la non occasionalità della condotta, i motivi del reato, il carattere del colpevole e i precedenti penali, come indicato dall’articolo 133 del Codice Penale.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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