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Dichiarazione infedele: reato prescritto ma la confisca resta

L’Amministratore di una società cooperativa era accusato del reato di dichiarazione infedele per aver inserito costi fittizi nella dichiarazione dei redditi. Dopo un annullamento con rinvio per verificare la natura inesistente o fittizia di tali costi alla luce delle riforme legislative, la Corte d’Appello ha dichiarato il reato estinto per prescrizione, confermando però la confisca del profitto. L’Amministratore ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata riduzione della confisca. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in presenza di prescrizione, l’assoluzione nel merito è possibile solo se l’innocenza emerge in modo evidente e immediato dagli atti. Nel caso specifico, i costi erano palesemente inesistenti, giustificando il mantenimento della confisca del denaro, considerata confisca diretta e quindi legittima anche dopo la prescrizione.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 4 Num. 25325 Anno 2023
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Pubblicato il 29 giugno 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il caso della dichiarazione infedele e la prescrizione del reato

Il caso nasce dalla condanna dell’Amministratore di una società cooperativa. L’accusa contestava il reato di dichiarazione infedele per aver inserito dati non veritieri nella dichiarazione dei redditi del 2010. In particolare, l’Amministratore aveva indicato costi fittizi per abbattere l’imponibile e pagare meno tasse. Dopo una complessa vicenda giudiziaria, la Corte d’Appello ha dichiarato il reato estinto per prescrizione (il decorso del tempo massimo per punire il reato). Tuttavia, i giudici di secondo grado hanno confermato la confisca di oltre settecentomila euro, considerata il profitto del reato tributario. L’Amministratore ha proposto ricorso in Cassazione per contestare questa decisione. Il ricorrente sosteneva che i giudici avrebbero dovuto verificare meglio la natura dei costi indicati. Secondo la difesa, se i costi fossero stati solo fittizi e non del tutto inesistenti, la condotta non avrebbe avuto rilevanza penale a causa di una riforma legislativa favorevole. Di conseguenza, anche la somma confiscata si sarebbe dovuta ridurre.

Quando i costi fittizi diventano penalmente irrilevanti

La distinzione tra costi fittizi e costi inesistenti rappresenta il fulcro della difesa. Una riforma del 2015 ha infatti modificato la disciplina del reato di dichiarazione infedele. La legge oggi punisce l’indicazione di elementi passivi inesistenti, escludendo le mere valutazioni fittizie. L’Amministratore sperava di ottenere una riduzione della sanzione patrimoniale dimostrando la parziale liceità dei costi. La giurisprudenza stabilisce che la confisca del denaro è una misura diretta. Il denaro è un bene fungibile (sostituibile con altro denaro dello stesso valore) e si confonde con il patrimonio del reo. Per questo motivo, lo Stato può confiscare le somme sul conto corrente senza dover dimostrare il legame diretto con il singolo reato. La prescrizione non cancella automaticamente la confisca se vi è stata una precedente pronuncia di condanna che accerta la responsabilità dell’imputato.

Le motivazioni della Cassazione sulla dichiarazione infedele e la prescrizione

La Corte di Cassazione ha rigettato gli argomenti della difesa con motivazioni molto chiare. I giudici hanno spiegato che la presenza della prescrizione impone regole precise. Quando interviene la prescrizione, il giudice non può svolgere una nuova e approfondita istruttoria per valutare il merito dei fatti. Il codice di procedura penale impone l’immediata declaratoria di estinzione del reato. Il giudice può pronunciare una sentenza di assoluzione solo se l’innocenza dell’imputato emerge dagli atti in modo evidente, immediato e non contestabile. Nel caso in esame, non esisteva alcuna prova evidente della liceità dei costi indicati dall’Amministratore. Al contrario, i documenti dimostravano che la società cooperativa aveva registrato fatture per operazioni inesistenti emesse da una società fantasma. Questa seconda società non aveva mai presentato dichiarazioni fiscali e non aveva alcuna struttura commerciale reale. Pertanto, la Corte d’Appello ha correttamente applicato la prescrizione senza dover rideterminare l’importo della confisca.

Le conclusioni dei giudici sul ricorso dell’amministratore

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per manifesta infondatezza. Questa decisione comporta la sconfitta definitiva dell’Amministratore della società cooperativa. La dichiarazione di inammissibilità rende irrevocabile la confisca del profitto del reato per l’intero importo stabilito nei precedenti gradi di giudizio. Oltre a perdere la somma confiscata, l’Amministratore deve subire ulteriori conseguenze economiche. I giudici lo hanno condannato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. Questa sanzione pecuniaria aggiuntiva si applica quando il ricorso viene proposto in modo colpevole e senza validi motivi giuridici. La sentenza ribadisce un principio fondamentale per i reati tributari. La prescrizione del reato non salva il patrimonio accumulato illecitamente se l’inesistenza dei costi dichiarati risulta confermata dagli elementi di prova già acquisiti nel processo.

Cosa succede alla confisca se il reato tributario va in prescrizione?
La confisca del profitto del reato può essere comunque mantenuta se vi è stata una precedente pronuncia di condanna e non emerge l’evidente innocenza dell’imputato.

Qual è la differenza tra costi fittizi e costi inesistenti?
I costi inesistenti non sono mai stati sostenuti nella realtà, mentre i costi fittizi possono derivare da valutazioni errate o fittizie ma collegate a operazioni reali.

Quando il giudice può assolvere l’imputato nonostante la prescrizione?
Il giudice pronuncia l’assoluzione solo se l’innocenza dell’imputato o l’insussistenza del fatto emergono dagli atti in modo immediato, evidente e senza necessità di nuove prove.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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