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Determinazione della pena: ricorso infondato e condanna alle spese

Un soggetto, condannato per un reato di droga di lieve entità, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione. Egli contestava la correttezza della determinazione della pena da parte dei giudici. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo un principio fondamentale: il giudice di merito ha ampia discrezionalità nel decidere l’entità della sanzione. È sufficiente che la sua scelta sia basata sugli elementi più rilevanti del caso, come la ridotta offensività del fatto, e che sia supportata da una motivazione logica. La valutazione del giudice sulla congruità della pena, se ben motivata, non può essere messa in discussione in sede di legittimità. L’imputato ha quindi perso il ricorso ed è stato condannato a pagare le spese processuali e una multa.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 7690 Anno 2023
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Pubblicato il 25 aprile 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

La discrezionalità del giudice nella determinazione della pena

La legge fornisce ai giudici dei criteri per stabilire la giusta punizione per un reato, ma lascia loro anche un margine di scelta. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce i limiti di questo potere, specialmente riguardo alla determinazione della pena. La vicenda riguarda un soggetto condannato per un reato legato agli stupefacenti, considerato di lieve entità. Nonostante la pena fosse già contenuta, l’imputato ha deciso di contestarla fino all’ultimo grado di giudizio, sostenendo che i giudici non avessero valutato correttamente la gravità del fatto secondo i criteri di legge. La sua iniziativa, però, non ha avuto successo e si è conclusa con un’ulteriore condanna economica.

Il fatto: un reato di lieve entità e la contestazione sulla pena

La storia inizia con una condanna per violazione della legge sugli stupefacenti. In particolare, il reato contestato era quello previsto dall’articolo 73, comma 5, del Testo Unico Stupefacenti, che punisce i fatti di ‘lieve entità’. Questa specificazione indica che, per le modalità della condotta, la quantità e la qualità delle sostanze, il fatto è considerato meno grave rispetto alle ipotesi ordinarie di spaccio. Di conseguenza, la pena applicata era già stata calcolata tenendo conto della ridotta offensività del comportamento. L’imputato, tuttavia, non ha ritenuto adeguata la sanzione e ha impugnato la decisione, lamentando una violazione dell’articolo 133 del Codice Penale, la norma che guida il giudice nella quantificazione della pena.

Il ricorso in Cassazione e l’applicazione dell’art. 133 c.p.

L’imputato ha portato il caso davanti alla Corte di Cassazione. Il suo unico motivo di ricorso si basava sull’idea che il giudice non avesse motivato a sufficienza la sua scelta sulla quantità della pena. Secondo la difesa, la decisione non teneva adeguatamente conto di tutti gli elementi favorevoli all’imputato. La Corte, però, ha respinto questa tesi, definendo il ricorso ‘manifestamente infondato’. Questo giudizio netto sottolinea che non ogni critica alla decisione del giudice è ammissibile. La determinazione della pena è un’attività che rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il quale non è tenuto ad analizzare minuziosamente ogni singolo elemento, ma può concentrarsi su quelli che ritiene più importanti per il caso specifico.

Le motivazioni: la discrezionalità del giudice nella determinazione della pena

La Corte di Cassazione ha spiegato in modo chiaro il suo ragionamento. Il giudice che decide la pena non deve scrivere un trattato. È sufficiente che prenda in esame gli elementi indicati dall’articolo 133 del Codice Penale e scelga quelli che ritiene prevalenti per decidere la sanzione. Nel caso specifico, i giudici dei gradi precedenti avevano correttamente valorizzato le modalità del fatto e la sua ridotta pericolosità. La loro motivazione era logica e sufficiente a spiegare perché quella pena fosse giusta ed adeguata alla gravità del reato e alla personalità dell’imputato. Quando la motivazione esiste ed è coerente, la valutazione del giudice non può essere criticata in Cassazione. Il ricorso, quindi, non aveva alcuna possibilità di essere accolto.

Le conclusioni: ricorso respinto e condanna alle spese

L’esito finale è stato sfavorevole per l’imputato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Questa decisione ha reso definitiva la condanna già stabilita. Inoltre, come conseguenza per aver presentato un ricorso infondato, l’imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e a versare una somma di tremila euro alla Cassa delle Ammende. La sentenza ribadisce un principio importante: la determinazione della pena è un compito delicato affidato al giudice, e il suo giudizio, se ben motivato, è sovrano e non può essere messo in discussione sulla base di una semplice divergenza di valutazione.

Posso contestare la quantità della pena decisa da un giudice?
Sì, ma solo se la motivazione del giudice è assente, illogica o contraddittoria. Non è possibile contestarla solo perché si ritiene la pena troppo alta, se il giudice ha spiegato in modo coerente le sue ragioni.

Cosa significa ‘ridotta offensività’ di un reato?
Significa che il reato, pur essendo stato commesso, ha causato un danno o un pericolo molto limitato. È uno degli elementi che il giudice considera per decidere una pena più mite.

Cosa succede se un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
L’imputato non solo vede confermata la sua condanna, ma viene anche obbligato a pagare le spese del processo e una somma di denaro alla Cassa delle Ammende, come sanzione per aver presentato un ricorso infondato.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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