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Determinazione della pena: quando il ricorso in Cassazione è inutile

L’Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la determinazione della pena inflittagli per i reati di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che la pena era già stata rideterminata in appello in senso più favorevole per l’imputato, applicando per il reato di resistenza un lieve scostamento dal minimo edittale. Tale scelta è stata ritenuta congruamente motivata in base ai precedenti penali del soggetto e alle modalità concrete del fatto. Di conseguenza, l’Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 11784 Anno 2022
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Pubblicato il 18 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

La determinazione della pena e i limiti del ricorso in Cassazione

La determinazione della pena rappresenta uno dei momenti più delicati e complessi dell’intero processo penale, poiché incide direttamente sulla libertà personale del condannato. Spesso l’imputato tenta di contestare la misura della sanzione inflitta anche davanti alla Corte di Cassazione, sperando in una riduzione della condanna o nell’applicazione di benefici di legge. Tuttavia, i giudici di legittimità non hanno il potere di riconsiderare il merito della decisione se la motivazione fornita dal giudice precedente risulta logica, coerente e priva di vizi giuridici. Nel caso specifico, l’Imputato ha impugnato la sentenza della Corte d’Appello lamentando un’errata quantificazione della sanzione per i reati di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. La Suprema Corte ha colto l’occasione per chiarire i confini rigidi entro cui è possibile contestare il trattamento sanzionatorio in sede di legittimità, confermando che la discrezionalità del giudice di merito non può essere sostituita da una nuova valutazione dei fatti.

Il caso concreto e la decisione d’appello

La vicenda trae origine da un episodio di tensione in cui l’Imputato ha opposto resistenza attiva e rivolto frasi oltraggiose nei confronti di alcuni pubblici ufficiali nell’esercizio delle loro funzioni. In primo grado, il soggetto era stato condannato a una pena detentiva ritenuta particolarmente severa dalla difesa. Successivamente, la Corte d’Appello ha parzialmente accolto le doglianze difensive, rideterminando la sanzione complessiva in termini decisamente più favorevoli per il condannato. Nonostante questo significativo sconto di pena, l’Imputato ha deciso di presentare ricorso in Cassazione. La sua contestazione si concentrava esclusivamente sulla misura della sanzione applicata per il reato di resistenza, ritenuta ancora eccessiva e non adeguatamente allineata ai minimi edittali previsti dal codice penale, senza però contestare la sussistenza stessa dei reati ascritti.

Le motivazioni della Corte di Cassazione sulla determinazione della pena

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile, confermando la validità della sentenza d’appello. I giudici di legittimità hanno rilevato che l’Imputato aveva già ottenuto una consistente riduzione della sanzione nel secondo grado di giudizio. Per quanto riguarda il reato di resistenza, la pena finale mostrava soltanto un lieve scostamento dal minimo edittale, ovvero la sanzione minima stabilita dal legislatore per quella specifica fattispecie di reato. Questo piccolo incremento rispetto al minimo è stato ritenuto ampiamente giustificato dai giudici di merito, i quali hanno richiamato i numerosi precedenti penali dell’Imputato e le modalità concrete con cui era stato commesso il fatto. La Cassazione ha ribadito che la valutazione della gravità del reato e la conseguente determinazione della pena rientrano nei poteri discrezionali del giudice di merito. Di conseguenza, se tale scelta è supportata da una motivazione logica e aderente ai fatti, essa non può essere modificata in sede di legittimità, poiché la Cassazione non rappresenta un terzo grado di giudizio sul fatto.

Le conclusioni sul rigetto del ricorso e le sanzioni pecuniarie

La decisione della Suprema Corte riafferma un principio fondamentale del diritto penale, secondo cui la determinazione della pena non può essere oggetto di un terzo grado di giudizio se il giudice d’appello ha fornito una motivazione congrua. Poiché il ricorso proposto dall’Imputato era manifestamente infondato e basato su argomentazioni già ampiamente superate, i giudici lo hanno condannato non solo al pagamento delle spese del procedimento, ma anche al versamento di una somma pari a tremila euro in favore della cassa delle ammende. Questa sanzione pecuniaria aggiuntiva viene applicata per scoraggiare l’avvio di ricorsi pretestuosi che sovraccaricano inutilmente il sistema giudiziario, confermando che l’accesso alla Suprema Corte richiede motivi di diritto solidi e non semplici richieste di clemenza sanzionatoria.

Si può ricorrere in Cassazione solo per chiedere una riduzione della pena?
Sì, ma il ricorso è ammissibile solo se si dimostra che il giudice di merito ha violato la legge o ha motivato in modo del tutto illogico la quantificazione della sanzione.

Cos’è il minimo edittale di una pena?
È la sanzione minima che la legge prevede per un determinato reato, sotto la quale il giudice non può scendere, salvo la presenza di specifiche circostanze attenuanti.

Cosa rischia chi presenta un ricorso inammissibile in Cassazione?
Oltre a perdere la causa, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di denaro, solitamente tra i mille e i tremila euro, in favore della cassa delle ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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