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Determinazione della pena: la motivazione breve è legittima

L’Imputato è stato condannato in appello per reati di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento e falsa attestazione. La difesa ha proposto ricorso per Cassazione contestando la determinazione della pena e la presunta carenza di motivazione del giudice di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la determinazione della pena non richiede spiegazioni approfondite quando la sanzione base è fissata vicino al minimo edittale e gli aumenti per i reati connessi sono contenuti. In tali casi, formule sintetiche come ‘pena congrua’ o il richiamo alla gravità del reato soddisfano l’obbligo motivazionale previsto dal codice di procedura penale. L’Imputato deve quindi versare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 16007 Anno 2022
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Pubblicato il 23 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

La determinazione della pena nel giudizio penale

Un cittadino viene condannato in sede penale per più illeciti commessi contemporaneamente. La Corte di Appello accoglie in parte l’impugnazione, applicando le circostanze attenuanti generiche e riducendo la sanzione totale. La difesa decide comunque di proporre ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione. Il motivo dell’impugnazione riguarda la presunta carenza di motivazione del giudice di merito riguardo alla determinazione della pena finale.

Il tema centrale del processo riguarda l’ampiezza dell’obbligo di spiegazione che la legge impone al magistrato quando stabilisce la sanzione penale. Spesso l’imputato ritiene che ogni singolo giorno di reclusione o ogni euro di multa debba essere dettagliatamente giustificato nella motivazione del provvedimento. Il sistema giudiziario segue tuttavia regole precise per garantire un giusto equilibrio tra completezza della sentenza e speditezza del processo.

Il calcolo delle sanzioni vicine ai minimi della legge

Nel caso specifico, L’Imputato rispondeva dei reati di resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e falsa attestazione dell’identità personale. Il giudice di secondo grado ha stabilito la pena base partendo dal valore minimo previsto dal codice penale per l’illecito principale. A questa sanzione di partenza ha poi applicato lievi aumenti a titolo di continuazione per i reati-satellite.

La difesa ha contestato la decisione, sostenendo che il tribunale avesse utilizzato espressioni generiche senza motivare chiaramente il calcolo numerico. Il codice di procedura penale impone infatti l’obbligo di motivare i provvedimenti giudiziari. Questo dovere fondamentale serve ad evitare decisioni arbitrarie e a permettere il controllo della decisione. Tuttavia, la legge non richiede la stessa ampiezza espressiva in tutte le situazioni processuali.

Le motivazioni: la determinazione della pena e le formule sintetiche

I giudici della Corte di Cassazione hanno dichiarato il ricorso interamente inammissibile. La decisione poggia su un principio di diritto ampiamente consolidato nella giurisprudenza penale. Quando la determinazione della pena si posiziona in prossimità del minimo edittale, l’obbligo di spiegazione dettagliata risulta notevolmente attenuato.

Il giudice di merito non deve redigere un’analisi minuziosa per ogni singolo incremento di pena stabilito. L’utilizzo di espressioni sintetiche come “pena congrua”, “equo aumento” o il generico riferimento alla gravità del fatto soddisfa pienamente la legge. Tali espressioni dimostrano che il magistrato ha esaminato la condotta complessiva dell’autore del reato e ha ritenuto la misura adeguata al caso concreto.

Una motivazione rigorosa ed estesa è obbligatoria soltanto quando il giudice decida di infliggere sanzioni molto elevate, discostandosi notevolmente dai minimi legali. Nel caso esaminato, la scelta di applicare la pena base minima e di concedere le attenuanti generiche ha reso la decisione del tutto coerente e priva di vizi.

Le conclusioni: gli effetti della sentenza sulla determinazione della pena

La decisione della Suprema Corte riafferma la piena validità delle pronunce giudiziarie che impiegano valutazioni sintetiche per sanzioni contenute. L’Imputato, avendo presentato un motivo di impugnazione manifestamente infondato, deve affrontare le conseguenze economiche previste dall’ordinamento giuridico.

L’esito del giudizio comporta l’obbligo di saldare l’intero importo delle spese processuali maturate nel corso del procedimento. Inoltre, la Corte ha condannato L’Imputato al pagamento della somma di tremila euro in favore della Cassa delle ammende. Questa sanzione pecuniaria punisce l’attivazione ingiustificata del giudizio di legittimità.

La pronuncia chiarisce in modo definitivo che la contestazione sulla determinazione della pena non trova accoglimento se la sanzione irrogata rispetta già parametri di estrema favorevolezza per il condannato. La brevità della motivazione non costituisce una violazione dei diritti di difesa quando la decisione rispecchia i limiti edittali minimi.

Il giudice deve spiegare dettagliatamente ogni aumento di pena?
Il giudice non deve fornire spiegazioni minuziose se la sanzione base si colloca vicino al minimo previsto dalla legge e gli aumenti applicati sono contenuti.

Quali espressioni sono sufficienti per giustificare la pena inflitta?
L’uso di formule sintetiche come pena congrua, pena equa o il generico richiamo alla gravità del reato è pienamente sufficiente a soddisfare l’obbligo motivazionale.

Cosa accade se si impugna una sentenza per motivi palesemente infondati?
La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di processo e di una sanzione economica alla Cassa delle ammende.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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