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Determinazione della pena: Cassazione e la doppia valutazione del fatto

Un Lavoratore ha presentato ricorso in Cassazione contro una sentenza che aveva ricalcolato la sua pena per un reato di droga (art. 73, comma 1, D.P.R. n. 309/1990), riconoscendo un’attenuante ma fissando la pena al massimo edittale. Il Lavoratore lamentava una violazione di legge e un difetto di motivazione sulla determinazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che la motivazione era logica e coerente, ribadendo che il giudice può valutare lo stesso elemento (la quantità di droga) sia per riconoscere l’attenuante sia per fissare la pena base, rientrando la graduazione della pena nella sua discrezionalità.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 33513 Anno 2022
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Pubblicato il 4 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

La Determinazione della pena: il caso del Lavoratore e la Cassazione

La determinazione della pena è un aspetto cruciale nel diritto penale. Essa stabilisce l’esatta misura della sanzione che una persona deve affrontare dopo una condanna. La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato un caso interessante che chiarisce i limiti e le facoltà del giudice in questo delicato compito. La vicenda riguarda un Lavoratore che ha contestato la modalità con cui la sua pena è stata calcolata, sollevando questioni importanti sulla discrezionalità giudiziale e sulla valutazione degli elementi di prova.

Il ricorso del Lavoratore sulla Determinazione della pena

Il Lavoratore aveva ricevuto una condanna per un reato legato agli stupefacenti, specificamente ai sensi dell’articolo 73, comma 1, del D.P.R. n. 309/1990. La Corte d’Appello aveva parzialmente riformato la sentenza precedente, riconoscendo l’applicazione di una ‘fattispecie attenuata’ (una circostanza che permette una pena ridotta) prevista dal comma 5 dello stesso articolo. Tuttavia, nonostante il riconoscimento dell’attenuante, la Corte d’Appello aveva fissato la pena base al ‘massimo edittale’ (il limite massimo stabilito dalla legge). Il Lavoratore ha quindi deciso di presentare un ‘ricorso per cassazione’ (un appello all’ultima istanza di giudizio) lamentando una violazione di legge e un vizio di motivazione riguardo alla determinazione della pena.

Le argomentazioni del Lavoratore

Il Lavoratore sosteneva che la Corte d’Appello avesse sbagliato nel fissare la pena al massimo edittale, nonostante avesse riconosciuto la circostanza attenuante. A suo avviso, questo approccio non era giustificato e la motivazione fornita dalla sentenza non era sufficientemente chiara o logica. In pratica, il Lavoratore riteneva che la stessa quantità di sostanza stupefacente fosse stata usata due volte: prima per concedere l’attenuante e poi, in modo sfavorevole, per stabilire una pena elevata. Questo, secondo la sua difesa, rappresentava un errore nell’applicazione della legge.

La posizione della Suprema Corte sulla Determinazione della pena

La Corte di Cassazione ha esaminato attentamente il ricorso del Lavoratore. Ha rilevato che la sentenza impugnata presentava una motivazione lineare e coerente sulla ‘dosimetria della pena’ (il calcolo della pena). I giudici hanno sottolineato che la Corte territoriale aveva specificamente indicato l’elemento fondativo della sua decisione, ovvero il ‘dato ponderale’ (la quantità di droga). La Cassazione ha ribadito un principio consolidato: il giudice può considerare lo stesso elemento di fatto più volte, sotto profili diversi e per finalità distinte, sia per riconoscere un’attenuante sia per determinare la pena base. Questo non rende la motivazione viziata, purché sia adeguatamente spiegata.

La discrezionalità del giudice nella Determinazione della pena

La Suprema Corte ha anche ricordato che la ‘graduazione della pena’ (la scelta della misura della pena entro i limiti di legge) rientra nella piena discrezionalità del giudice di merito. Questa discrezionalità deve essere esercitata in aderenza ai principi stabiliti dagli articoli 132 e 133 del codice penale, che impongono al giudice di considerare la gravità del reato, la capacità a delinquere del reo e altri fattori. Un ricorso in Cassazione non può mirare a una nuova valutazione della congruità della pena, a meno che la sua determinazione non sia frutto di un ‘mero arbitrio’ (una decisione senza fondamento) o di un ‘ragionamento illogico’. Nel caso specifico, la Cassazione non ha riscontrato tali vizi.

Le motivazioni: la doppia valutazione del fatto nella Determinazione della pena

Le motivazioni della Corte di Cassazione si sono concentrate sulla legittimità della doppia valutazione del medesimo elemento, in questo caso la quantità di sostanza stupefacente. La Corte ha chiarito che il fatto che un elemento sia stato considerato sia per riconoscere una circostanza attenuante sia per determinare la pena base al massimo edittale non costituisce un vizio di motivazione. Questo perché il giudice può utilizzare lo stesso dato, come il peso della droga, per scopi diversi: da un lato, per qualificare il reato come meno grave (fattispecie attenuata) e, dall’altro, per stabilire l’intensità della pena all’interno del range previsto per quella fattispecie, considerando la gravità oggettiva del fatto. La sentenza ha quindi confermato che la determinazione della pena è un processo complesso che richiede una valutazione multifattoriale da parte del giudice.

Le conclusioni: ricorso inammissibile e spese processuali

Alla luce di queste considerazioni, la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del Lavoratore ‘inammissibile’. Questo significa che il ricorso non è stato nemmeno esaminato nel merito, perché non rispettava i requisiti formali o sostanziali per essere accolto. Di conseguenza, il Lavoratore è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una somma di euro 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende. La decisione della Cassazione ribadisce l’importanza di una corretta formulazione dei ricorsi e la vasta discrezionalità del giudice di merito nella determinazione della pena, purché adeguatamente motivata.

Il giudice può usare lo stesso fatto per riconoscere un’attenuante e per aumentare la pena base?
Sì, la Corte di Cassazione ha stabilito che il giudice può valutare lo stesso elemento di fatto (come la quantità di droga) sotto profili diversi e per finalità distinte, sia per concedere un’attenuante sia per fissare la pena base, purché la motivazione sia logica e coerente.

Qual è il ruolo del giudice nella determinazione della pena?
Il giudice ha un’ampia discrezionalità nella ‘graduazione della pena’, cioè nello stabilire la misura esatta della sanzione entro i limiti di legge. Questa discrezionalità deve essere esercitata seguendo i principi del codice penale, valutando la gravità del reato e la condotta del reo.

Cosa significa che un ricorso in Cassazione è dichiarato inammissibile?
Quando un ricorso è dichiarato inammissibile, significa che non può essere esaminato nel merito dalla Corte di Cassazione. Questo avviene se il ricorso non rispetta i requisiti di legge, ad esempio per mancanza di fondamento o per vizi procedurali. In questi casi, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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