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Contraffazione di marchi: condanna anche per pezzi non assemblati

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un’imputata condannata per il reato di contraffazione di marchi (art. 473 c.p.). La difesa contestava la riqualificazione del reato operata d’ufficio dalla Corte d’appello, che aveva ripristinato l’accusa originaria dopo che il Tribunale l’aveva modificata in commercio di prodotti falsi. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ripristino dell’imputazione iniziale non viola il diritto di difesa, poiché il fatto era già noto sin dall’inizio del processo. Inoltre, la Cassazione ha respinto la tesi del “falso grossolano”, ritenendola inapplicabile poiché l’imputata deteneva materiali non ancora assemblati, rendendo impossibile valutare l’evidenza immediata del falso su un prodotto finito. L’imputata è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 4376 Anno 2022
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Pubblicato il 9 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il caso e l’accusa di contraffazione di marchi

La vicenda nasce dal sequestro di materiali non ancora assemblati destinati alla produzione di beni contraffatti. L’imputata viene inizialmente tratta a giudizio per il reato di contraffazione di marchi, previsto dall’articolo 473 del codice penale. Durante il primo grado di giudizio, il Tribunale decide di modificare la qualificazione giuridica del fatto. Il giudice di prime cure condanna quindi l’imputata per il diverso reato di introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi, disciplinato dall’articolo 474 del codice penale.

Successivamente, la Corte d’appello riforma parzialmente la decisione. I giudici di secondo grado decidono di riqualificare nuovamente il fatto, ripristinando l’originaria accusa di contraffazione di marchi. La Corte ridetermina la pena in sei mesi di reclusione e assolve l’imputata dal reato di ricettazione, confermando però il risarcimento del danno in favore della parte civile. Contro questa decisione l’imputata propone ricorso davanti alla Corte di Cassazione, lamentando la violazione delle regole processuali e sostenendo l’inidoneità del falso.

La difesa e la tesi del falso grossolano

La difesa dell’imputata basa il proprio ricorso su due argomenti principali. Il primo motivo riguarda la procedura di riqualificazione del reato. Secondo il difensore, la Corte d’appello non poteva modificare d’ufficio (senza richiesta di parte) il titolo del reato senza trasmettere gli atti al pubblico ministero. Questa decisione, a dire della difesa, avrebbe violato il diritto dell’imputata di difendersi adeguatamente e avrebbe limitato la possibilità di impugnare la nuova qualificazione.

Il secondo motivo di ricorso si concentra sulla natura della contraffazione. La difesa sostiene che il reato non sia configurabile a causa della grossolanità del falso. Nel diritto penale, il falso grossolano si verifica quando la contraffazione è talmente evidente da non poter ingannare nessuno. Secondo questa tesi, se un marchio contraffatto è riconoscibile a prima vista (ictu oculi) come falso, l’azione non costituisce reato perché non vi è alcun pericolo per la fede pubblica.

Le motivazioni della Cassazione sulla contraffazione di marchi

La Corte di Cassazione dichiara il ricorso interamente inammissibile, smontando punto per punto le tesi difensive. Riguardo alla riqualificazione del reato, i giudici di legittimità chiariscono che la Corte d’appello ha semplicemente ripristinato l’imputazione originaria. L’imputata conosceva perfettamente questa accusa sin dall’inizio del processo e ha potuto esercitare pienamente il proprio diritto di difesa su di essa. Non vi è stata alcuna sorpresa processuale o violazione delle garanzie difensive.

In merito alla tesi del falso grossolano, la Cassazione evidenzia un errore fondamentale nella difesa dell’imputata. La contestazione non riguarda prodotti finiti già immessi sul mercato, ma la disponibilità di materiale non ancora assemblato. Di conseguenza, non è possibile effettuare alcuna valutazione sulla grossolanità del falso basandosi sull’aspetto visivo del prodotto finito. La tesi della difesa risulta quindi del tutto generica e non applicabile al caso concreto, poiché i componenti separati non consentono di verificare l’immediata percepibilità della falsificazione da parte del consumatore medio.

Le conclusioni della sentenza e le conseguenze pratiche

La decisione della Suprema Corte conferma in via definitiva la condanna dell’imputata per il reato di contraffazione di marchi. Il ricorso viene dichiarato inammissibile a causa della manifesta infondatezza del primo motivo e della genericità del secondo. Questa pronuncia ribadisce un principio fondamentale: la tutela dei marchi si applica anche ai materiali intermedi e non ancora assemblati, impedendo di invocare la scusante del falso grossolano prima che il prodotto sia completato.

Come conseguenza pratica della dichiarazione di inammissibilità, l’imputata perde definitivamente la causa. Oltre a dover scontare la pena stabilita dai giudici di merito, la ricorrente viene condannata al pagamento delle spese del procedimento giudiziario. Inoltre, la Corte applica una sanzione pecuniaria aggiuntiva, obbligando l’imputata al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende, a causa della colpa nella presentazione di un ricorso palesemente infondato.

Cosa succede se il giudice cambia l’accusa durante il processo?
Il giudice può modificare la qualificazione giuridica del fatto, purché l’imputato abbia avuto la possibilità concreta di difendersi da quella specifica accusa durante il procedimento.

Quando si configura il reato di falso grossolano?
Il falso si considera grossolano, e quindi non punibile, solo quando la contraffazione è talmente evidente e grossolana da non poter trarre in inganno nessuno a prima vista.

Si rischia la condanna per contraffazione anche con prodotti non finiti?
Sì, la legge punisce anche la detenzione e la produzione di materiali e componenti non ancora assemblati destinati alla realizzazione di prodotti contraffatti.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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