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Confisca del profitto: quando è diretta e obbligatoria

Un soggetto, dopo un patteggiamento per truffa, ha impugnato la confisca del profitto del reato sostenendo fosse illegittima. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarendo che la confisca del profitto in denaro è sempre ‘diretta’ e non per equivalente. Inoltre, ha stabilito che, essendo una misura obbligatoria per legge in seguito a patteggiamento, il giudice non è tenuto a fornire una motivazione dettagliata, ma è sufficiente il richiamo alla norma applicabile.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 9829 Anno 2024
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Pubblicato il 9 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Confisca del Profitto: Quando è Diretta e Obbligatoria secondo la Cassazione

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 9829/2024) offre chiarimenti fondamentali sulla natura della confisca del profitto derivante da reato, specialmente nel contesto di una sentenza di patteggiamento. La pronuncia distingue nettamente tra confisca diretta e per equivalente quando l’oggetto è una somma di denaro e definisce i limiti dell’obbligo di motivazione per il giudice. Analizziamo insieme i dettagli di questa importante decisione.

I Fatti del Caso: La Contestazione dopo il Patteggiamento

Il caso trae origine da un ricorso presentato da un imputato condannato per truffa a seguito di un patteggiamento (applicazione della pena su richiesta delle parti). Con la sentenza, il Giudice per le Indagini Preliminari (G.i.p.) aveva disposto anche la confisca di una somma di circa 10.000 euro, qualificata come profitto del reato.

L’imputato ha impugnato la sentenza davanti alla Corte di Cassazione, sollevando diverse obiezioni:

  1. Ha qualificato la misura come ‘confisca per equivalente’, sostenendo che non fosse stata oggetto di accordo con il pubblico ministero.
  2. Ha lamentato l’assenza di un contraddittorio e la mancata notifica di un provvedimento di sequestro preventivo.
  3. Ha denunciato un vizio di motivazione da parte del giudice riguardo alla quantificazione del profitto del reato.

In sostanza, il ricorrente riteneva che il provvedimento di confisca fosse illegittimo per la mancanza dei presupposti di legge e per l’assenza di prova sul reale ammontare del profitto.

La Decisione della Corte di Cassazione e la confisca del profitto

La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso infondato, rigettando tutte le argomentazioni della difesa e cogliendo l’occasione per ribadire alcuni principi cardine in materia.

Confisca Diretta vs. Confisca per Equivalente: La Natura del Denaro

Il primo e più importante chiarimento riguarda la natura della confisca. Il ricorrente la definiva ‘per equivalente’, ma la Corte ha specificato che si trattava, invece, di confisca diretta. Richiamando una precedente pronuncia delle Sezioni Unite (n. 42415/2021), i giudici hanno ribadito che il denaro è un bene fungibile per eccellenza. Pertanto, la confisca di una somma che costituisce profitto o prezzo del reato, anche se non corrisponde fisicamente alle stesse banconote ottenute illecitamente, va sempre qualificata come diretta. Non rileva, quindi, che la somma specifica non sia stata materialmente sequestrata o che l’imputato provi la sua provenienza lecita, poiché essa rappresenta semplicemente il ripristino dell’equilibrio patrimoniale alterato dal reato.

L’Obbligo di Motivazione nella confisca del profitto

La Corte ha respinto anche la censura relativa alla mancanza di motivazione. In primo luogo, l’ammontare del profitto era chiaramente indicato nel capo d’imputazione. Avendo l’imputato scelto la via del patteggiamento, aveva di fatto accettato i termini dell’accusa, inclusa la quantificazione del profitto illecito.

In secondo luogo, e questo è un punto cruciale, la confisca disposta ai sensi dell’art. 322-ter cod. pen. è obbligatoria. La Corte ha richiamato un principio consolidato secondo cui, in caso di confisca obbligatoria, il giudice che emette una sentenza di patteggiamento non è tenuto a una motivazione complessa. È sufficiente che evidenzi il presupposto legale che la impone. L’obbligo di una motivazione più articolata sorge solo quando la confisca è facoltativa e il giudice esercita un potere discrezionale, cosa che non accade in questo caso.

Le Motivazioni

La decisione della Corte si fonda su una logica giuridica precisa e consolidata. La distinzione tra confisca diretta e per equivalente del denaro è fondamentale per evitare che i proventi di un reato possano essere facilmente ‘ripuliti’ e sottratti alla giustizia. Considerare il denaro come un bene fungibile significa che lo Stato può aggredire il patrimonio del reo per un valore corrispondente al profitto illecito, senza dover tracciare le singole banconote. Inoltre, la semplificazione dell’obbligo di motivazione per la confisca obbligatoria in sede di patteggiamento è coerente con la natura stessa del rito, che si basa su un accordo tra le parti e un’accettazione dei fatti contestati.

Le Conclusioni

Questa sentenza riafferma due principi di grande rilevanza pratica. Primo: la confisca di denaro, quale profitto di reato, è sempre diretta. Secondo: in una sentenza di patteggiamento, se la legge prevede la confisca come obbligatoria, il giudice adempie al suo obbligo motivazionale semplicemente indicando la norma di riferimento, dato che l’ammontare del profitto è già cristallizzato nell’accordo tra accusa e difesa. Questa decisione consolida gli strumenti a disposizione dello Stato per contrastare l’arricchimento illecito, garantendo al contempo la coerenza e l’efficienza del procedimento di patteggiamento.

La confisca di una somma di denaro, profitto di reato, è diretta o per equivalente?
Secondo la Corte, la confisca di denaro che costituisce profitto di reato è sempre qualificata come ‘confisca diretta’ e non per equivalente, a causa della natura fungibile del bene denaro.

In una sentenza di patteggiamento, il giudice deve motivare dettagliatamente la confisca obbligatoria del profitto?
No. La Corte ha stabilito che quando la confisca è obbligatoria per legge, è sufficiente che il giudice ne evidenzi il presupposto legale, senza necessità di una motivazione approfondita sull’esercizio del suo potere, specialmente se la quantificazione del profitto è già indicata nel capo d’imputazione accettato dalle parti.

Se l’importo del profitto del reato è indicato nel capo d’imputazione accettato con il patteggiamento, è necessaria un’ulteriore prova?
No. La sentenza chiarisce che se l’ammontare del profitto è specificato nel capo d’imputazione, l’accettazione del patteggiamento da parte dell’imputato rende tale importo un dato di fatto accertato ai fini della confisca, senza bisogno di ulteriori prove.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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