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Concorso in omicidio: Cassazione conferma custodia cautelare e validità motivazione per relationem

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato per concorso in omicidio, confermando la custodia cautelare in carcere. L’uomo era accusato di aver partecipato attivamente, con familiari, all’agguato premeditato e ispirato da futili motivi che portò alla morte della vittima. Il Tribunale del riesame aveva già ritenuto sussistenti gravi indizi di colpevolezza e le esigenze cautelari. La Cassazione ha respinto le obiezioni difensive, inclusa quella sulla “motivazione per relationem”, ritenendola legittima e le argomentazioni del ricorso generiche e ripetitive.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 1 Num. 25785 Anno 2022
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Pubblicato il 3 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale

La Cassazione conferma il concorso in omicidio: quando la motivazione per relationem è valida

La giustizia italiana si confronta spesso con casi complessi, dove la valutazione degli elementi di prova e la corretta applicazione delle norme procedurali sono fondamentali. Un recente pronunciamento della Corte di Cassazione ha ribadito principi importanti in materia di misure cautelari, in particolare riguardo al concorso in omicidio e alla validità della cosiddetta “motivazione per relationem”. Questo caso offre spunti significativi per comprendere come i giudici valutano la partecipazione a un reato grave e le ragioni che giustificano una misura restrittiva della libertà personale.

Il fatto: un agguato con esito fatale

La vicenda riguarda un uomo, che chiameremo “Il Ricorrente”, indagato per un grave reato. I fatti risalgono a una notte in cui Il Ricorrente, insieme a suo figlio e suo fratello, si recò in un quartiere per affrontare un’altra persona, “La Vittima”, gestore di una trattoria. L’incontro era il culmine di precedenti alterchi. Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso le fasi salienti dell’accaduto: dopo una discussione, il figlio del Ricorrente estrasse una pistola, la caricò e la passò al fratello, che sparò contro La Vittima. Quest’ultima tentò di fuggire, ma fu inseguita dai tre. Il fratello continuò a sparare fino a quando La Vittima cadde a terra. Il Ricorrente, in questa fase, si chinò per raccogliere un cellulare perso da un altro soggetto presente.

La decisione del Tribunale del riesame sul concorso in omicidio

Il Tribunale del riesame aveva già confermato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari (GIP). I giudici avevano ritenuto che esistessero “gravi indizi di colpevolezza” (elementi forti che fanno pensare che una persona abbia commesso un reato) a carico del Ricorrente per il concorso in omicidio, aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi. Il Tribunale aveva confutato la versione difensiva del Ricorrente, il quale sosteneva di non essere a conoscenza della pistola né delle intenzioni omicide dei congiunti, e di aver incontrato La Vittima casualmente. Le prove video e le intercettazioni ambientali avevano invece evidenziato una precisa programmazione dell’agguato e un ruolo attivo del Ricorrente nel facilitare l’azione dei suoi familiari.

Le obiezioni difensive e la questione della motivazione per relationem

Il difensore del Ricorrente ha presentato ricorso in Cassazione, sollevando diverse obiezioni. Tra queste, la nullità dell’ordinanza del Tribunale del riesame per “motivazione per relationem” (una tecnica in cui il giudice richiama e fa proprie le motivazioni di un altro provvedimento), ritenuta illegittima. La difesa contestava anche l’omessa valutazione di elementi favorevoli al Ricorrente e la presunta carenza nella descrizione della condotta a lui attribuita nell’imputazione provvisoria. Si metteva in discussione anche la sussistenza delle aggravanti e delle esigenze cautelari.

Le motivazioni della Cassazione sul concorso in omicidio

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno spiegato che i motivi presentati erano ripetitivi rispetto a quelli già esposti al Tribunale del riesame e non si confrontavano in modo specifico con le argomentazioni di quest’ultimo. La Cassazione ha ribadito la piena legittimità della “motivazione per relationem” nelle decisioni cautelari, purché il giudice del riesame svolga una sua autonoma valutazione degli elementi decisivi. Nel caso specifico, il Tribunale del riesame non si era limitato a “copiare” le motivazioni del GIP, ma le aveva verificate e fatte proprie con un proprio giudizio. La Corte ha inoltre confermato la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, come il pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio, ritenendo insufficiente qualsiasi misura alternativa alla custodia in carcere per un reato grave come il concorso in omicidio.

Le conclusioni: ricorso inammissibile per il concorso in omicidio

In conclusione, la Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Questa decisione comporta la condanna del Ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della cassa delle ammende. La sentenza ribadisce l’importanza di presentare motivi di ricorso specifici e non meramente ripetitivi. Conferma inoltre che la “motivazione per relationem” è una tecnica valida, a patto che il giudice adotti una propria valutazione critica degli atti. Per il Ricorrente, ciò significa la conferma della custodia cautelare in carcere, in attesa degli ulteriori sviluppi processuali per il grave reato di concorso in omicidio.

Cosa significa “custodia cautelare in carcere”?
È una misura che priva della libertà personale una persona indagata, tenendola in prigione prima di una condanna definitiva, per evitare che commetta altri reati, fugga o inquini le prove.

Quando un ricorso viene dichiarato “inammissibile”?
Un ricorso è dichiarato inammissibile quando non rispetta i requisiti formali o sostanziali previsti dalla legge, ad esempio se i motivi sono generici, ripetitivi o non si confrontano con le argomentazioni del giudice precedente.

La “motivazione per relationem” è sempre valida?
Sì, è una tecnica ammessa dalla legge, a condizione che il giudice che la utilizza dimostri di aver svolto una propria autonoma e critica valutazione degli elementi richiamati, senza limitarsi a una mera copia.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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