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Cellulare in carcere: la Cassazione condanna anche l’uso condiviso

Due soggetti detenuti all’interno di una casa circondariale hanno utilizzato e condiviso un dispositivo telefonico non autorizzato per comunicare all’esterno. La difesa ha sostenuto che il telefono fosse custodito nella cella di uno solo dei due e che le chiamate servissero unicamente a sentire i parenti durante l’emergenza pandemica, chiedendo la non punibilità per particolare tenuità del fatto o il riconoscimento delle attenuanti. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi e ha confermato la condanna. I giudici hanno stabilito che detenere, condividere o usare un cellulare in carcere integra pienamente il reato previsto dall’articolo 391-ter del codice penale, rendendo irrilevante il luogo preciso di occultamento del dispositivo.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 6 Num. 29374 Anno 2026
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Pubblicato il 3 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Il divieto di detenere un cellulare in carcere

La presenza di un cellulare in carcere rappresenta una grave violazione della sicurezza penitenziaria. La legge punisce severamente chi introduce, riceve o detiene apparecchi telefonici all’interno degli istituti di pena. Due detenuti hanno condiviso l’uso di uno smartphone per contattare l’esterno. Il dispositivo si trovava materialmente nella cella di uno solo di loro, ma entrambi ne usufruivano a turno. I giudici di merito hanno condannato entrambi i soggetti per concorso nell’illecito possesso del telefono.

I difensori hanno proposto ricorso davanti ai giudici di legittimità sostenendo l’assenza di perizie sui tabulati e la mancanza di dolo. Uno dei detenuti ha giustificato le comunicazioni con l’ansia legata al periodo pandemico, invocando la particolare tenuità dell’offesa.

Le regole sulla condivisione del cellulare in carcere

La Suprema Corte ha chiarito che il reato punisce la semplice disponibilità indebita del dispositivo. I giudici hanno equiparato la detenzione materiale del telefono al suo compossesso (ovvero la condivisione e l’uso congiunto tra più persone). Non conta che il dispositivo si trovasse nella cella di un compagno della stessa sezione. Gli agenti penitenziari e i registri delle chiamate hanno dimostrato l’utilizzo continuativo da parte di entrambi gli imputati.

Chi riceve o usa uno smartphone in cella agisce con piena consapevolezza dell’illiceità. La richiesta mossa ai compagni per telefonare a casa integra il dolo generico (la coscienza di commettere l’azione vietata). La corte ha escluso la necessità di disporre una nuova perizia tecnica, ritenendo gli elementi raccolti del tutto sufficienti.

Le motivazioni sulla gravità dell’uso di cellulare in carcere

I giudici hanno confermato il diniego delle attenuanti e della non punibilità per lieve entità. L’introduzione di strumenti di comunicazione non autorizzati vanifica le finalità e i vincoli della detenzione penitenziaria. L’elevato numero di chiamate verso l’esterno dimostra una condotta organizzata e insidiosa. La presenza di precedenti penali ha giustificato l’applicazione della recidiva facoltativa senza obbligo di motivazioni complesse.

La corte ha ribadito che il detenuto non può acquisire legalmente un apparecchio mobile. Di conseguenza, il possesso stesso costituisce prova certa della ricezione indebita del bene.

Le conclusioni: confermata la responsabilità per il cellulare in carcere

La Cassazione ha respinto definitivamente i ricorsi dei due imputati, confermando le rispettive condanne e imponendo il pagamento delle spese processuali. La decisione riafferma l’intransigenza del sistema verso le comunicazioni clandestine dei detenuti. Anche la semplice disponibilità occasionale di un dispositivo altrui genera responsabilità penale piena.

Cosa rischia il detenuto che usa un telefono non intestato a lui all’interno del carcere?
Il detenuto risponde del reato di indebita detenzione di dispositivi di comunicazione, poiché basta la disponibilità o l’uso condiviso dell’apparecchio per far scattare la condanna penale.

Telefonare ai familiari per motivi urgenti esclude la colpevolezza del detenuto?
No, l’intenzione di contattare la famiglia non esclude il dolo generico, poiché il detenuto è consapevole del divieto assoluto di possedere o usare telefoni non autorizzati.

Il compossesso del cellulare consente di ottenere la particolare tenuità del fatto?
Di norma no, poiché effettuare ripetute chiamate clandestine vanifica il regime carcerario e rende la condotta grave agli occhi dei giudici.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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