La parola contro il video: quando la relazione di servizio diventa reato
La fiducia nei pubblici ufficiali si basa sulla presunzione che i loro atti siano veritieri. Una recente sentenza della Corte di Cassazione affronta un caso emblematico di calunnia in relazione di servizio, dimostrando come la tecnologia, in questo caso un video, possa ristabilire la verità dei fatti e portare alla condanna di chi abusa della propria funzione. La vicenda riguarda due agenti di polizia che hanno redatto un rapporto falso per accusare un cittadino innocente e coprire così il proprio operato illecito.
La ricostruzione dei fatti: una versione smentita dalle immagini
Tutto inizia con un inseguimento. Due agenti di polizia, un assistente e un sovrintendente capo, fermano un motociclista. Nella loro relazione di servizio, destinata ai superiori, descrivono una scena ad alta tensione. Affermano che il motociclista, dopo una fuga pericolosa, avrebbe tentato di speronare la moto di uno di loro. Una volta bloccato, lo descrivono come aggressivo, intento a dimenarsi e a inveire contro di loro, costringendoli a usare la forza per neutralizzarlo. In sintesi, lo accusano del reato di resistenza a pubblico ufficiale.
La realtà, però, era molto diversa. Un filmato acquisito durante le indagini ha smontato completamente la versione degli agenti. Il video mostrava che il motociclista, dopo un tentativo di fuga, si era fermato. Era stato un agente a tamponare la sua moto. L’uomo non si era dimenato né aveva inveito; al contrario, era stato colpito con schiaffi dagli agenti, anche quando era ormai inerme. La sua unica colpa era fuggire perché non indossava il casco.
L’accusa di calunnia in relazione di servizio
Di fronte a questa palese discrepanza, la Procura ha accusato i due agenti di falso ideologico in atto pubblico e di calunnia. Hanno mentito in un documento ufficiale, la relazione di servizio, e hanno incolpato un innocente di un reato mai commesso. La loro difesa si è basata sul sostenere che la relazione fosse un atto interno, non destinato a generare un procedimento penale, e che avessero agito in un contesto concitato, riportando una loro percezione dei fatti. Sostenevano inoltre che il loro collega avesse agito da solo nella stesura delle parti false, e che l’altro avesse solo firmato.
La natura di atto pubblico della relazione di servizio
La Corte di Cassazione ha respinto tutte le argomentazioni difensive. Ha ribadito un principio fondamentale: la relazione di servizio è a tutti gli effetti un atto pubblico. Anche se ha carattere interno, la sua funzione è quella di informare i superiori gerarchici su fatti rilevanti accaduti durante il servizio. Questi superiori, a loro volta, hanno l’obbligo di riferire eventuali notizie di reato all’autorità giudiziaria. Di conseguenza, scrivere il falso in tale relazione per accusare un innocente integra pienamente il reato di calunnia in relazione di servizio.
Le motivazioni della Cassazione: la calunnia in relazione di servizio
I giudici hanno chiarito che per la calunnia in relazione di servizio non serve una denuncia formale. È sufficiente che la falsa accusa sia contenuta in un atto comunicato a un’autorità che ha l’obbligo di riportarla alla magistratura. La Corte ha sottolineato la piena consapevolezza (il dolo) degli agenti. La differenza tra la loro versione e la realtà filmata era troppo grande per essere giustificata da una semplice ‘impressione concitata’. Gli agenti hanno consapevolmente alterato la realtà per un fine preciso: coprire il loro reato di percosse e abuso di potere, assicurandosi l’impunità. Anche l’agente che aveva solo firmato è stato ritenuto pienamente responsabile, perché con la sua firma ha avallato la versione falsa, rafforzandola.
Conclusioni: la condanna definitiva degli agenti
L’esito finale è stato il rigetto dei ricorsi e la condanna definitiva per entrambi gli agenti a un anno e sei mesi di reclusione. La sentenza stabilisce che la falsità contenuta nel rapporto non era affatto ‘innocua’, ma era finalizzata a rappresentare una realtà distorta con gravi conseguenze penali e disciplinari per la vittima e per gli agenti stessi. Questo caso serve da monito: la funzione pubblica impone un dovere di verità che non può essere tradito, specialmente quando si tratta di accusare un cittadino.
Una relazione di servizio della polizia è sempre considerata un atto pubblico?
Sì, la Cassazione conferma che una relazione di servizio ha natura di atto pubblico anche se per uso interno, perché ha la funzione di informare i superiori e può avviare procedimenti.
Per commettere calunnia basta scrivere un falso rapporto interno?
Sì. Non è necessaria una denuncia formale. Scrivere un rapporto per i superiori, che hanno l’obbligo di riferire all’autorità giudiziaria, è sufficiente per integrare il reato di calunnia se si accusa falsamente un innocente.
Cosa succede se un poliziotto mente in un rapporto per coprire un suo errore?
Commette il reato di falso ideologico in atto pubblico. Se, mentendo, accusa anche un’altra persona di un reato che non ha commesso, risponde anche del più grave reato di calunnia.