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Bancarotta fraudolenta preferenziale: pagarsi i compensi è reato

La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di bancarotta fraudolenta preferenziale a carico del Socio-Amministratore e del Liquidatore di una società in dissesto. I due soggetti avevano prelevato rispettivamente 45.000 euro (come restituzione di versamenti) e 100.000 euro (come compensi) poco prima del fallimento. La difesa sosteneva la congruità delle somme e la mancanza di consapevolezza del dissesto. La Suprema Corte ha invece chiarito che il reato si configura non per il danno patrimoniale in sé, ma per la violazione dell’ordine di preferenza dei creditori. Essendo i soggetti professionisti esperti, erano pienamente consapevoli della crisi aziendale. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, confermando le condanne e disponendo il pagamento delle spese processuali.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 5 Num. 38132 Anno 2023
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Pubblicato il 16 luglio 2026 in Giurisprudenza Penale

La bancarotta fraudolenta preferenziale e il pagamento dei propri compens

La bancarotta fraudolenta preferenziale rappresenta un reato grave che colpisce gli amministratori e i liquidatori che decidono di favorire se stessi o alcuni creditori a discapito di altri. Spesso si pensa che riscuotere un compenso meritato o ottenere la restituzione di un finanziamento soci sia sempre lecito. Tuttavia, quando l’azienda versa in uno stato di dissesto finanziario, le regole cambiano radicalmente. La legge impone di rispettare la parità di trattamento tra tutti i creditori. Chi viola questo principio rischia una condanna penale, anche se le somme incassate corrispondono al lavoro effettivamente svolto.

Il caso concreto: pagamenti preferenziali prima del fallimento

La vicenda nasce dal dissesto finanziario di una società di capitali, successivamente dichiarata fallita. Prima del fallimento ufficiale, il Socio-Amministratore e il Liquidatore hanno disposto alcuni pagamenti a proprio favore. In particolare, il Socio-Amministratore ha incassato quarantacinquemila euro a titolo di restituzione per precedenti versamenti soci. Il Liquidatore ha invece percepito centomila euro come compenso per l’attività svolta. I giudici di merito hanno ritenuto queste condotte illecite, qualificandole come reato. I due imputati hanno quindi proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione. La difesa ha sostenuto che i due professionisti non fossero pienamente consapevoli della gravità della crisi aziendale. Inoltre, i difensori hanno evidenziato che le somme liquidate erano congrue rispetto all’attività lavorativa svolta per la società.

Quando il compenso del professionista diventa reato di bancarotta fraudolenta preferenziale

La tesi difensiva si è scontrata con i principi cardine del diritto fallimentare. Il reato di bancarotta fraudolenta preferenziale non richiede necessariamente un danno economico ingiusto o un depauperamento (impoverimento) ingiustificato del patrimonio sociale. L’illecito si consuma nel momento in cui si altera l’ordine di soddisfazione dei creditori stabilito dalla legge. Anche un pagamento oggettivamente dovuto e congruo, se effettuato violando la parità tra i creditori in un momento di crisi, costituisce reato. L’amministratore o il liquidatore non possono utilizzare le residue risorse aziendali per pagare preferenzialmente se stessi, lasciando gli altri creditori privi di tutele.

Le motivazioni della Cassazione sulla bancarotta fraudolenta preferenziale

Le motivazioni della Cassazione sulla bancarotta fraudolenta preferenziale si concentrano sulla consapevolezza dello stato di crisi e sulla natura del reato. I giudici hanno rilevato che la situazione di gravità economica era ampiamente nota all’interno della società. Già un anno prima del fallimento, l’assemblea straordinaria aveva deliberato lo scioglimento anticipato della ditta. Inoltre, un consulente fiscale aveva evidenziato perdite significative e un aumento eccessivo dei costi del personale. Il Socio-Amministratore e il Liquidatore erano professionisti dotati di grande esperienza e competenza. Di conseguenza, essi conoscevano perfettamente il dissesto e hanno agito con lo scopo preciso di incassare le proprie spettanze prima che fosse troppo tardi. La congruità dei compensi non esclude il reato, poiché l’azione ha comunque sottratto risorse destinate alla platea dei creditori.

Le conclusioni della sentenza e le conseguenze pratiche

Le conclusioni della sentenza e le conseguenze pratiche confermano la linea dura della giurisprudenza contro i reati fallimentari. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati dai due imputati. Questa decisione rende definitiva la condanna penale inflitta nei precedenti gradi di giudizio. Oltre alla pena principale, i giudici hanno condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende. La sentenza ribadisce che la tutela dei creditori prevale sempre sull’interesse personale dei gestori aziendali, i quali devono astenersi da qualsiasi pagamento preferenziale in presenza di un dissesto conclamato.

Cos’è la bancarotta fraudolenta preferenziale?
È un reato che si configura quando un imprenditore o un amministratore, in stato di dissesto, decide di pagare alcuni creditori prima di altri, violando la parità di trattamento imposta dalla legge.

Si rischia la condanna anche se il compenso incassato era meritato?
Sì, la congruità del compenso per il lavoro svolto non esclude il reato se il pagamento avviene violando l’ordine di preferenza dei creditori durante una crisi aziendale.

Come si dimostra la consapevolezza del dissesto da parte degli amministratori?
La consapevolezza può essere desunta da dati oggettivi come bilanci in perdita, relazioni di consulenti fiscali, delibere di scioglimento anticipato e dalla specifica competenza professionale dei soggetti coinvolti.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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