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Associazione traffico stupefacenti: la Cassazione

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un individuo sottoposto a custodia cautelare in carcere per il reato di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. La Corte ha confermato la validità del provvedimento, ritenendo sussistenti gravi indizi di colpevolezza basati sul ruolo stabile e non occasionale dell’indagato all’interno del sodalizio, che operava come corriere e spacciatore. Secondo la Suprema Corte, la partecipazione non richiede un’investitura formale, ma un contributo funzionale all’esistenza e agli scopi dell’organizzazione criminale.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 2 Num. 21625 Anno 2024
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Pubblicato il 21 novembre 2025 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Associazione traffico di stupefacenti: i criteri per la custodia cautelare

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21625 del 2024, si è pronunciata su un caso di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, delineando i confini tra la semplice partecipazione a singoli episodi di spaccio e l’inserimento stabile in un’organizzazione criminale. La decisione conferma la misura della custodia in carcere per un indagato, ritenendo il suo ruolo funzionale e non meramente occasionale.

I fatti del processo

Il caso nasce dal ricorso presentato da un uomo contro l’ordinanza del Tribunale del riesame di Catanzaro, che aveva confermato la custodia cautelare in carcere nei suoi confronti. L’accusa principale era quella di aver partecipato a un’associazione dedita al traffico di droga (art. 74 D.P.R. 309/1990), oltre a vari episodi di spaccio.

Secondo l’accusa, l’indagato svolgeva compiti operativi cruciali: agiva come corriere per recuperare la droga dai fornitori, la trasportava presso l’abitazione del promotore dell’associazione e, in alcune occasioni, accompagnava quest’ultimo agli incontri con i fornitori. Inoltre, si occupava direttamente dello spaccio al dettaglio per conto del gruppo.

La difesa sosteneva l’insussistenza di gravi indizi di colpevolezza riguardo al reato associativo, affermando che mancassero gli elementi tipici di un sodalizio, come accordi preventivi, una cassa comune o una ripartizione dei proventi. Si argomentava inoltre che il ruolo dell’indagato fosse marginale e dettato da una necessità personale, essendo egli stesso un consumatore di stupefacenti, e che i suoi contatti con il capo del gruppo fossero giustificati dal fatto che quest’ultimo non aveva la patente di guida.

L’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti e la decisione della Corte

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ritenendolo manifestamente infondato. I giudici hanno ribadito i principi consolidati in materia, chiarendo che per configurare la partecipazione a un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti non è necessaria un’investitura formale, ma è sufficiente che l’agente fornisca un contributo stabile e consapevole al programma criminale del gruppo.

La Corte ha ritenuto che il Tribunale del riesame avesse correttamente individuato gli elementi sintomatici della partecipazione dell’indagato all’associazione. Le prove raccolte, tra cui intercettazioni e dichiarazioni di collaboratori di giustizia, dipingevano un quadro indiziario solido e coerente.

Le motivazioni

La Suprema Corte ha fondato la sua decisione su diversi punti chiave:

  1. Il ruolo non occasionale: L’indagato non era un semplice acquirente o uno spacciatore autonomo. Il suo ruolo di pusher nelle piazze di spaccio gestite dal gruppo e di ausilio logistico al promotore (accompagnandolo agli incontri con i fornitori) dimostrava un inserimento stabile nella struttura. Il suo contributo era funzionale all’esistenza stessa dell’associazione.
  2. L’esistenza di una ‘cassa comune’: Le indagini avevano fatto emergere che il denaro ricavato dalle cessioni di droga, incluse quelle effettuate dall’indagato, confluiva in una cassa comune dell’organizzazione, un chiaro indice della natura associativa dell’attività.
  3. La disponibilità verso il gruppo: Un episodio specifico, valorizzato dai giudici, ha mostrato l’assoluta disponibilità dell’indagato a eseguire i compiti affidatigli. Fermato dalle forze dell’ordine mentre si recava a un incontro con un fornitore, fu trovato in possesso di una somma di denaro ricevuta poco prima dal capo del gruppo, a dimostrazione della sua piena integrazione negli interessi del sodalizio.
  4. L’irrilevanza del movente personale: Il fatto che l’indagato fosse anche un consumatore di stupefacenti non escludeva la consapevolezza di agire nell’ambito di un programma criminale più ampio. Il suo contributo causale al raggiungimento degli scopi dell’associazione era evidente.
  5. La valutazione del pericolo di reiterazione: La Corte ha confermato anche la sussistenza delle esigenze cautelari. La pericolosità sociale, in casi di reati associativi, non si valuta solo sull’operatività attuale del gruppo, ma sulla professionalità criminale dimostrata e sul rischio concreto che l’indagato, se lasciato in libertà, possa riprendere le attività illecite o essere ‘richiamato’ dal sodalizio.

Le conclusioni

La sentenza ribadisce un principio fondamentale: per distinguere il concorso di persone nel reato di spaccio dalla più grave fattispecie di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, l’elemento decisivo è il carattere dell’accordo criminoso. Non si tratta di pianificare singoli delitti, ma di assicurare una disponibilità duratura e indefinita nel tempo al perseguimento del programma criminale del sodalizio. Il contributo di ciascun partecipe deve essere funzionale alla vita e agli obiettivi dell’organizzazione, dimostrando un inserimento stabile nella sua struttura operativa.

Cosa distingue la partecipazione a un’associazione per delinquere dal semplice concorso in spaccio di droga?
La distinzione risiede nella natura dell’accordo: nel concorso si commettono uno o più reati specifici, mentre nell’associazione si offre una disponibilità duratura e indefinita nel tempo per realizzare il programma criminale del gruppo, fornendo un contributo stabile e funzionale alla sua esistenza.

È necessaria una valutazione autonoma dei gravi indizi da parte del Tribunale del riesame?
No. La sentenza chiarisce che il requisito dell’autonoma valutazione dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari, previsto dall’art. 292 c.p.p., riguarda solo la prima ordinanza emessa dal giudice (GIP), non i successivi provvedimenti del Tribunale del riesame, per i quali possono essere contestati solo vizi di motivazione.

Il fatto che un imputato sia anche consumatore di droga esclude la sua partecipazione all’associazione criminale?
No. Secondo la Corte, essere consumatore di stupefacenti non esclude la consapevolezza di agire all’interno di un programma criminale e di fornire un contributo non occasionale agli scopi del sodalizio. Ciò che rileva è la funzionalità del suo apporto all’organizzazione.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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