Associazione per Delinquere: la Prova si Ricava dai Reati-Fine
Quando si può affermare l’esistenza di un’associazione per delinquere e non di un semplice concorso di persone nel reato? La Corte di Cassazione, con la recente sentenza n. 17645/2024, torna su questo tema cruciale, chiarendo come la prova del vincolo associativo possa essere desunta dalla commissione seriale e organizzata dei cosiddetti “reati-fine”.
Il Caso in Esame: Un Ricorso Contro la Custodia Cautelare
Il caso analizzato riguarda un ricorso presentato da un soggetto sottoposto a custodia cautelare in carcere con l’accusa di far parte, con un ruolo direttivo, di un’associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti. Oltre al reato associativo, gli venivano contestati diciotto reati specifici di spaccio.
La difesa sosteneva che mancasse la prova del vincolo associativo stabile, l’elemento che distingue l’associazione dal semplice concorso di persone nel reato. Secondo il ricorrente, la sua partecipazione era stata solo occasionale e la sua vicinanza ai vertici del gruppo (la madre e il compagno di lei) era dovuta a meri rapporti familiari e di convivenza, senza una reale volontà di far parte stabilmente del sodalizio (affectio societatis). Inoltre, lamentava una carenza di motivazione riguardo alla necessità della misura cautelare più grave.
La Prova dell’Associazione per Delinquere dai Reati-Fine
La Corte di Cassazione ha respinto la tesi difensiva, dichiarando il ricorso inammissibile per manifesta infondatezza e genericità. Il punto centrale della decisione risiede nel principio, già consolidato, secondo cui la prova di un’associazione per delinquere può essere logicamente dedotta proprio dalle modalità con cui vengono commessi i reati-fine.
Nel caso specifico, il Tribunale aveva correttamente evidenziato come l’esistenza del sodalizio criminale emergesse chiaramente dalla commissione ripetuta, seriale e protratta per un lungo arco temporale di numerosi episodi di spaccio. Il ricorrente, peraltro, non aveva contestato la sussistenza degli indizi per questi singoli reati.
Oltre il Legame Familiare: Il Ruolo Attivo e Stabile
La Corte ha sottolineato che le prove raccolte, in particolare le intercettazioni, dimostravano un inserimento stabile e non occasionale del ricorrente nel gruppo. Egli non si limitava a convivere con i leader, ma condivideva l’abitazione che fungeva da base operativa dell’organizzazione. Il suo contributo era costante e rilevante: si dedicava all’attività di spaccio, coordinava altri spacciatori (pushers) e partecipava a decisioni operative cruciali, come l’inserimento di nuovi membri nel gruppo e la gestione di una coltivazione autonoma di cannabis. Questi elementi, secondo i giudici, provavano in modo inequivocabile un ruolo attivo e un vincolo associativo che andava ben oltre il mero legame di parentela.
Le Motivazioni della Cassazione
La Suprema Corte ha ritenuto il ricorso inammissibile perché non si confrontava minimamente con il solido impianto probatorio delineato nell’ordinanza impugnata. La difesa si era limitata a critiche generiche, senza smontare le specifiche evidenze che dimostravano l’operatività concreta dell’associazione e il ruolo centrale del ricorrente. La Cassazione ha ribadito che è consentito al giudice dedurre l’esistenza del sodalizio criminoso proprio dalle modalità esecutive dei delitti, poiché è attraverso di essi che l’associazione manifesta la sua operatività.
Anche riguardo alle esigenze cautelari, il ricorso è stato giudicato generico. Il Tribunale aveva adeguatamente motivato la necessità della custodia in carcere basandosi sulla moltitudine dei fatti commessi, sulla loro gravità e sui numerosi contatti illeciti, elementi che dimostravano la necessità di recidere i legami con l’ambiente criminale attraverso la misura più afflittiva, ritenuta l’unica adeguata.
Conclusioni
La sentenza in esame offre un’importante lezione pratica: la prova dell’associazione per delinquere non richiede necessariamente la scoperta di un ‘patto’ formale, ma può essere solidamente costruita sull’analisi delle attività criminali del gruppo. La serialità, l’organizzazione e la ripetizione dei reati-fine nel tempo sono indicatori potenti dell’esistenza di una struttura stabile. Inoltre, un ruolo attivo, decisionale e costante all’interno di un’organizzazione, anche se a base familiare, è sufficiente a dimostrare la piena partecipazione al sodalizio, rendendo vane le difese generiche che non si confrontano punto per punto con il quadro probatorio.
È sufficiente la commissione ripetuta di reati per provare l’esistenza di un’associazione per delinquere?
Sì, secondo la Corte, la prova dell’esistenza di un’associazione per delinquere può essere legittimamente dedotta dalla commissione seriale, ripetitiva e protratta nel tempo dei reati-fine, poiché queste modalità esecutive manifestano in concreto l’operatività e la stabilità del sodalizio criminale.
Un legame familiare con i vertici di un’organizzazione criminale esclude la partecipazione all’associazione?
No, il legame familiare non esclude la partecipazione. Nel caso di specie, è stato provato che l’individuo, al di là del rapporto di parentela, svolgeva un ruolo attivo, costante e decisionale, coordinando altri e partecipando alle scelte operative, dimostrando così un inserimento stabile nel gruppo criminale.
Perché il ricorso è stato dichiarato inammissibile?
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché ritenuto manifestamente infondato e generico. La difesa non si è confrontata con il contenuto specifico dell’ordinanza impugnata e con le prove a carico (come le intercettazioni e la serialità dei reati), limitandosi a critiche generali che non erano in grado di scalfire la logicità della decisione del Tribunale.