Associazione per delinquere: quando la custodia in carcere è legittima?
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12030 del 2023, è tornata a pronunciarsi su un tema cruciale della procedura penale: i presupposti per l’applicazione della custodia cautelare in carcere in caso di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. La decisione offre importanti chiarimenti sulla valutazione dei gravi indizi di colpevolezza e sui doveri di motivazione del giudice, confermando un orientamento rigoroso a tutela della collettività.
I Fatti del Caso
Il caso riguarda un soggetto sottoposto alla misura della custodia cautelare in carcere dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Messina. Le accuse erano gravissime: partecipazione, con ruolo di promotore e organizzatore, a un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, oltre a diversi episodi di spaccio. L’indagato, tramite il suo difensore, aveva proposto istanza di riesame, che era stata però rigettata dal Tribunale. Contro questa decisione, ha presentato ricorso per Cassazione, lamentando diversi vizi procedurali e di motivazione.
I Motivi del Ricorso: una difesa a tutto campo
La difesa dell’indagato ha articolato il ricorso su sei distinti motivi, cercando di smontare l’impianto accusatorio e la legittimità della misura cautelare:
- Mancanza di autonoma valutazione: Si sosteneva che l’ordinanza del GIP fosse un mero ‘copia e incolla’ della richiesta del Pubblico Ministero, violando l’obbligo del giudice di valutare autonomamente gli indizi.
- Insussistenza dell’associazione: La difesa contestava la sussistenza di gravi indizi per il reato di associazione per delinquere, ritenendo che le prove dimostrassero al massimo singoli episodi di spaccio, senza un vero e proprio patto associativo stabile e organizzato.
- Errata qualificazione giuridica: Si chiedeva di riconoscere le ipotesi di reato meno gravi, sia per l’associazione (fatto di lieve entità) sia per i singoli episodi di spaccio, data la modesta quantità di droga ceduta.
- Ruolo apicale non provato: Veniva contestata l’attribuzione di un ruolo di dirigente e organizzatore all’interno del presunto sodalizio.
- Pericolo di reiterazione: Infine, si criticava la valutazione del Tribunale sul pericolo di reiterazione del reato, considerata non adeguatamente motivata data l’incensuratezza del ricorrente e il periodo limitato dei fatti contestati (marzo-luglio 2020).
La Decisione della Corte di Cassazione
La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, respingendo tutte le censure della difesa e confermando la piena legittimità dell’ordinanza impugnata. La decisione si fonda su principi giuridici consolidati in materia di misure cautelari e reati associativi.
Le Motivazioni
La Corte ha smontato punto per punto i motivi del ricorso. In primo luogo, ha ribadito che la motivazione ‘per relationem’ (cioè con rinvio agli atti del PM) è legittima se il giudice dimostra di aver compiuto un vaglio critico e personale degli elementi, come avvenuto nel caso di specie. Il giudice, infatti, aveva valorizzato aspetti specifici che differenziavano la posizione dell’indagato, dimostrando una valutazione non meramente passiva.
Sul cuore della questione, ovvero la sussistenza della associazione per delinquere, la Cassazione ha chiarito che in fase cautelare non è richiesta la prova ‘oltre ogni ragionevole dubbio’, ma una ‘qualificata probabilità di colpevolezza’ basata su gravi indizi. Nel caso esaminato, le risultanze investigative (in particolare le intercettazioni) avevano fatto emergere un vincolo permanente tra i sodali, una struttura organizzata (seppur rudimentale) e una chiara affectio societatis, ovvero la consapevolezza di far parte di un gruppo con uno scopo comune. Il ruolo apicale dell’indagato era stato logicamente desunto dalla sua autonomia gestionale, dalla capacità di reclutare altri e di imporre prezzi e modalità di confezionamento della droga.
Infine, i giudici hanno ritenuto correttamente escluse le ipotesi di lieve entità. La continuità dell’attività di spaccio, la capacità del gruppo di superare le difficoltà di approvvigionamento (anche durante la pandemia) e di eludere i controlli dimostravano una professionalità e una pericolosità incompatibili con una qualificazione meno grave del fatto. La presunzione di adeguatezza della custodia in carcere per il reato di associazione per delinquere non è stata superata, poiché la difesa non ha fornito elementi concreti per dimostrare un’attenuazione delle esigenze cautelari.
Le Conclusioni
Questa sentenza riafferma la severità con cui l’ordinamento giuridico tratta i reati associativi legati al traffico di droga. La Corte di Cassazione ha sottolineato che, per giustificare la misura più afflittiva come la custodia in carcere, è sufficiente una prognosi di colpevolezza basata su indizi gravi, precisi e concordanti che delineino la struttura e l’operatività di un sodalizio criminale. La professionalità e la capacità di garantire continuità all’attività illecita sono elementi chiave che impediscono di qualificare il fatto come di lieve entità, anche a fronte di singole cessioni di modeste quantità. Per la difesa, diventa quindi fondamentale offrire elementi concreti e specifici per vincere la presunzione di pericolosità che la legge collega a questo tipo di reato.
Quando è valida la motivazione di un’ordinanza cautelare che richiama la richiesta del Pubblico Ministero?
È valida quando il giudice, pur riportando parti della richiesta, dimostra di aver svolto un’effettiva e autonoma valutazione critica degli elementi, evidenziando le ragioni che lo hanno portato a condividere l’impostazione accusatoria. Non è sufficiente un semplice ‘copia e incolla’.
Cosa si intende per ‘gravi indizi di colpevolezza’ per applicare la custodia in carcere?
Si intendono elementi a carico dell’indagato che, analizzati allo stato degli atti, consentono di prevedere con un’alta e qualificata probabilità che si arriverà a una sentenza di condanna. Non è richiesta la certezza della colpevolezza, ma un grado di probabilità superiore al semplice sospetto.
È possibile escludere la custodia in carcere per il reato di associazione per delinquere finalizzata allo spaccio?
È molto difficile. La legge stabilisce una presunzione secondo cui, per questo reato, le esigenze cautelari esistono e la misura adeguata è il carcere. Per superare questa presunzione, l’indagato o la sua difesa devono fornire elementi specifici e concreti che dimostrino in modo inequivocabile l’assenza del pericolo di reiterazione del reato o la possibilità di soddisfare le esigenze cautelari con misure meno gravi.