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Associazione a delinquere: ricorso inammissibile

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato per associazione a delinquere finalizzata allo spaccio. I motivi, basati sulla rivalutazione dei fatti e non su vizi di legge, sono stati respinti. La Corte ha confermato la solidità dei gravi indizi di colpevolezza sia per la partecipazione al sodalizio che per l’aggravante dell’ingente quantità di stupefacenti.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 3 Num. 17813 Anno 2024
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Pubblicato il 2 febbraio 2026 in Diritto Penale, Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

Associazione a delinquere: quando il ricorso in Cassazione è inammissibile

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 17813/2024) offre importanti chiarimenti sui limiti del ricorso contro le misure cautelari per il reato di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. La Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato, ribadendo la distinzione fondamentale tra vizi di legittimità, sindacabili in Cassazione, e questioni di fatto, la cui valutazione è riservata ai giudici di merito.

I Fatti del Caso

Il Tribunale di Palermo, in sede di riesame, confermava un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di un soggetto. L’accusa era duplice: partecipazione a un’associazione a delinquere (art. 74 d.P.R. 309/1990) con il ruolo di fornitore abituale di cocaina e hashish, e diversi episodi di spaccio (art. 73 d.P.R. 309/1990), uno dei quali aggravato dall’ingente quantità di sostanza stupefacente.

L’indagato, tramite il suo difensore, ha proposto ricorso per cassazione, chiedendo l’annullamento del provvedimento cautelare.

I Motivi del Ricorso

La difesa ha basato il ricorso su due principali doglianze:

  1. Carenza di gravi indizi per l’associazione a delinquere: Secondo il ricorrente, mancava la prova della sua effettiva partecipazione al sodalizio criminoso. I rapporti di compravendita di droga sarebbero stati limitati a un breve periodo (un mese) e non avrebbero dimostrato l’esistenza di un vincolo associativo stabile, durevole ed esclusivo. In sostanza, si contestava che il suo ruolo fosse quello di un semplice fornitore esterno, non di un membro organico del gruppo.
  2. Insussistenza dell’aggravante dell’ingente quantità: Si contestava la presenza di gravi indizi per l’aggravante prevista dall’art. 80, comma 2, del Testo Unico Stupefacenti. A sostegno di questa tesi, la difesa richiamava una sentenza della Corte d’Appello di Palermo che, in un procedimento separato contro altri soggetti coinvolti nella stessa vicenda, aveva escluso tale aggravante.

La Decisione della Corte di Cassazione sulla associazione a delinquere

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso interamente inammissibile. I giudici hanno sottolineato come le censure mosse dal ricorrente, sebbene formalmente presentate come violazioni di legge e vizi di motivazione, mirassero in realtà a ottenere una nuova e diversa valutazione del quadro indiziario. Questo tipo di riesame dei fatti è precluso in sede di legittimità, dove la Corte può solo verificare la correttezza giuridica e la coerenza logica della decisione impugnata.

La Corte ha ritenuto la motivazione del Tribunale del Riesame pienamente sufficiente e coerente, avendo adeguatamente giustificato la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza per tutte le accuse contestate.

Le Motivazioni

Il cuore della decisione risiede nella netta distinzione tra il merito e la legittimità. La Cassazione ha spiegato che le doglianze del ricorrente non identificavano reali vizi nell’interpretazione delle norme di legge, ma si risolvevano in una critica fattuale degli elementi a suo carico. Il ricorrente, infatti, si limitava a ripetere le argomentazioni già respinte in sede di riesame, senza confrontarsi criticamente con la motivazione del provvedimento impugnato.

Sul primo punto, relativo all’associazione a delinquere, la Corte ha confermato che la motivazione del Tribunale era solida. Era stato accertato il ruolo dell’indagato come fornitore affidabile e palermitano di plurime partite di stupefacenti per il sodalizio operante a Trapani. La sua consapevolezza di agire all’interno di una struttura organizzata emergeva dai contatti con diversi membri del gruppo, dalla costanza e consistenza delle forniture e dalle modalità di pagamento. Questi elementi, secondo i giudici, erano sufficienti a configurare i gravi indizi di un inserimento stabile nel sodalizio.

Sul secondo punto, relativo all’aggravante dell’ingente quantità, la Corte ha precisato che la sentenza di appello citata dalla difesa non era vincolante. L’esclusione dell’aggravante in quel procedimento non costituiva una prova del mancato superamento della soglia di legge nel caso di specie. Al contrario, le analisi tossicologiche effettuate in fase di indagine avevano evidenziato la presenza di un quantitativo di principio attivo superiore a tale soglia, rendendo legittima la contestazione dell’aggravante in fase cautelare. L’accertamento tecnico definitivo, ha concluso la Corte, spetterà al giudizio di merito.

Conclusioni

Questa sentenza ribadisce un principio cardine del processo penale: il ricorso per cassazione non è un terzo grado di giudizio sui fatti. Le censure devono riguardare errori di diritto o vizi logici manifesti nella motivazione, non la semplice non condivisione della valutazione delle prove effettuata dai giudici di merito. Per contestare efficacemente una misura cautelare per associazione a delinquere in Cassazione, non è sufficiente proporre una lettura alternativa degli indizi, ma è necessario dimostrare che il giudice di merito ha applicato erroneamente la legge o ha costruito un ragionamento palesemente illogico o contraddittorio.

Quando un ricorso in Cassazione contro una misura cautelare per associazione a delinquere viene dichiarato inammissibile?
Il ricorso viene dichiarato inammissibile quando, invece di denunciare vizi di legittimità (errata applicazione della legge o manifesta illogicità della motivazione), si limita a contestare la valutazione dei fatti e degli indizi compiuta dal giudice di merito, chiedendo sostanzialmente una nuova valutazione delle prove, attività preclusa alla Corte di Cassazione.

Per provare la partecipazione a un’associazione a delinquere finalizzata allo spaccio, è sufficiente un ruolo stabile di fornitore?
Sì, secondo la sentenza. Un ruolo di fornitore stabile, costante e affidabile di stupefacenti per un sodalizio, unito alla consapevolezza di operare a beneficio del gruppo (desumibile dai contatti con più membri e dalla consistenza delle forniture), può costituire un grave indizio di partecipazione all’associazione stessa e non un mero rapporto di fornitura esterna.

L’esclusione di un’aggravante per i coimputati in un altro processo ha valore nel procedimento a carico di un altro soggetto?
No, la decisione presa in un procedimento separato non rappresenta una prova vincolante. La sussistenza dei gravi indizi per un’aggravante, come quella dell’ingente quantità, deve essere valutata autonomamente sulla base degli elementi raccolti nel procedimento specifico, come le analisi tossicologiche effettuate sulla sostanza sequestrata in quel contesto.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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