Art. 131-bis e Stupefacenti: La Cassazione e il Criterio del Numero di Dosi
La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 43006/2023, ha affrontato un caso relativo al reato di spaccio di sostanze stupefacenti, offrendo importanti chiarimenti sui limiti del ricorso in Cassazione e sui criteri per l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, disciplinata dall’art. 131-bis del codice penale. La decisione sottolinea come il numero di dosi ricavabili da una sostanza sequestrata possa essere un elemento decisivo per escludere tale beneficio.
Il Fatto e il Ricorso in Cassazione
Il caso nasce dal ricorso presentato da un individuo condannato dalla Corte di Appello di Catania per il delitto previsto dall’art. 73, quarto comma, del d.P.R. 309/1990 (Testo Unico Stupefacenti). L’imputato, non accettando la sentenza di secondo grado, si è rivolto alla Suprema Corte, sollevando due principali questioni.
I Motivi del Ricorso: Tra Valutazione delle Prove e Art. 131-bis
Il ricorrente ha basato la sua difesa su due argomentazioni distinte, cercando di scardinare sia l’affermazione della sua responsabilità penale sia la mancata concessione di un trattamento sanzionatorio più mite.
La Critica alla Ricostruzione dei Fatti
Con il primo motivo, l’imputato lamentava la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione della sentenza d’appello. In sostanza, contestava il modo in cui i giudici di merito avevano valutato le prove a suo carico, in particolare una testimonianza, chiedendo di fatto una nuova e diversa lettura degli elementi processuali.
La Richiesta di Applicazione della Particolare Tenuità del Fatto
Con il secondo motivo, il ricorrente denunciava la violazione di legge e il vizio di motivazione per la mancata applicazione dell’art. 131-bis c.p. Sosteneva che il fatto, per le sue caratteristiche, dovesse essere considerato di particolare tenuità e, quindi, non punibile. Questa argomentazione era già stata presentata e respinta dalla Corte d’Appello.
La Decisione della Corte: I Limiti del Giudizio di Legittimità e l’art. 131-bis
La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso interamente inammissibile, fornendo una motivazione chiara e netta per entrambi i punti sollevati.
Le motivazioni della decisione
In relazione al primo motivo, i giudici hanno ribadito un principio fondamentale del nostro ordinamento: la Corte di Cassazione non è un terzo grado di giudizio nel merito. Il suo compito è quello di verificare la corretta applicazione delle norme di diritto e la logicità della motivazione (giudizio di legittimità), non di procedere a una nuova valutazione delle prove. La richiesta del ricorrente di riesaminare una testimonianza è stata quindi considerata un tentativo inammissibile di ottenere una rivalutazione dei fatti, prerogativa esclusiva dei giudici di primo e secondo grado.
Per quanto riguarda il secondo motivo, relativo all’art. 131-bis c.p., la Corte ha osservato che il ricorrente si era limitato a riproporre le stesse argomentazioni già respinte dalla Corte d’Appello, senza confrontarsi criticamente con la motivazione della sentenza impugnata. La Corte territoriale aveva escluso la particolare tenuità del fatto con una motivazione precisa e non illogica: l’elevato numero di dosi (ben 121) ricavabili dalla sostanza stupefacente sequestrata. Questo dato oggettivo è stato ritenuto sufficiente a indicare una lesività del bene giuridico protetto non trascurabile e, di conseguenza, a impedire l’applicazione della causa di non punibilità. La Cassazione, condividendo tale impostazione, ha dichiarato inammissibile anche questo motivo.
Conclusioni
L’ordinanza in esame offre due importanti lezioni pratiche. In primo luogo, conferma che un ricorso per cassazione deve concentrarsi su vizi di legittimità (errori di diritto o motivazioni illogiche), non potendo trasformarsi in un appello mascherato volto a rimettere in discussione l’accertamento dei fatti. In secondo luogo, in materia di stupefacenti, il criterio quantitativo, specificamente il numero di dosi potenzialmente ricavabili, rappresenta un elemento di valutazione centrale e spesso decisivo per escludere l’applicazione dell’art. 131-bis c.p. La mera riproposizione di argomenti già vagliati e motivatamente respinti, senza una critica specifica al ragionamento del giudice precedente, conduce inevitabilmente a una declaratoria di inammissibilità del ricorso, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
È possibile chiedere alla Corte di Cassazione di rivalutare le testimonianze di un processo?
No, la Corte di Cassazione svolge un giudizio di legittimità, non di merito. Non può riesaminare le prove o i fatti, ma solo verificare la corretta applicazione della legge e la logicità della motivazione della sentenza impugnata.
Perché non è stata applicata la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.) in questo caso?
La Corte ha ritenuto che l’offesa non fosse di particolare tenuità. La motivazione si è basata su un criterio oggettivo: l’elevato numero di dosi (121) che si sarebbero potute ricavare dalla sostanza stupefacente sequestrata.
Cosa succede quando un ricorso in Cassazione viene dichiarato inammissibile?
Quando il ricorso è dichiarato inammissibile, la condanna diventa definitiva. Inoltre, il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende, che in questo caso è stata fissata in 3.000 euro.