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Affidamento in prova terapeutico: quando la pericolosità blocca il recupero

Un Lavoratore, condannato per estorsione ed evasione, ha chiesto l’Affidamento in prova terapeutico a causa della sua dipendenza da alcol e droghe. Il Tribunale di Sorveglianza ha negato la richiesta, considerando la sua pericolosità sociale e i numerosi rapporti disciplinari in carcere. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha confermato che l’Affidamento in prova terapeutico non può essere concesso a un soggetto ritenuto pericoloso, poiché il programma richiede la sua collaborazione, negata dalla sua condizione.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Penale Sez. 7 Num. 18887 Anno 2026
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Pubblicato il 5 giugno 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

L’Affidamento in prova terapeutico: un percorso negato per pericolosità

L’Affidamento in prova terapeutico rappresenta una possibilità importante per chi deve scontare una pena e lotta contro dipendenze da alcol o droghe. Questa misura alternativa al carcere permette di intraprendere un percorso di recupero fuori dalla prigione, sotto la supervisione dei servizi sociali e con un programma specifico. Tuttavia, come dimostra un recente caso esaminato dalla Corte di Cassazione, l’accesso a questa opportunità non è automatico e richiede il rispetto di precise condizioni.

Il caso del Lavoratore e la richiesta di Affidamento in prova terapeutico

Un Lavoratore, già condannato per reati come estorsione ed evasione, ha chiesto di accedere all’Affidamento in prova terapeutico. La sua richiesta era motivata dalla condizione di tossicodipendenza e alcolismo, che, a suo dire, lo spingeva a delinquere. Il Lavoratore aveva già una pena complessiva di sette anni e otto mesi di reclusione, con fine pena prevista per il 2029. Egli sperava di poter seguire un programma di recupero fuori dal carcere, beneficiando di questa misura alternativa.

La decisione del Tribunale di Sorveglianza

Il Tribunale di Sorveglianza di Catania ha esaminato la richiesta del Lavoratore. Ha però deciso di negare l’Affidamento in prova terapeutico. La motivazione principale era legata alla ritenuta pericolosità sociale del Lavoratore. Il Tribunale ha considerato le sue condanne per reati gravi e i numerosi rapporti disciplinari (sanzioni interne) ricevuti durante il periodo di detenzione. Inoltre, il Lavoratore aveva indicato un domicilio non idoneo, a causa di un divieto di avvicinamento nei confronti della persona offesa (la vittima del reato).

Il ricorso in Cassazione e le argomentazioni difensive

Il Lavoratore ha deciso di ricorrere in Cassazione contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza. La sua difesa ha sostenuto che il Tribunale non aveva considerato adeguatamente la sua condizione di disagio, derivante dalla dipendenza da alcol e sostanze stupefacenti. Secondo la difesa, questa condizione lo spingeva a commettere reati e avrebbe dovuto essere un fattore rilevante per concedere l’Affidamento in prova terapeutico. Il ricorso ha invocato violazioni di legge e principi costituzionali, sottolineando l’importanza di considerare il percorso di recupero.

Le motivazioni: perché l’Affidamento in prova terapeutico è stato negato

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Ha spiegato che le motivazioni del Tribunale di Sorveglianza erano logiche e ben fondate. La Corte ha ribadito un principio consolidato: l’Affidamento in prova terapeutico, per essere concesso, deve garantire la prevenzione di nuovi reati. Questo significa che non può essere accordato a un condannato che è ancora ritenuto socialmente pericoloso. Il programma terapeutico, infatti, richiede la piena collaborazione del soggetto interessato. Se la persona è considerata pericolosa, questa collaborazione è di fatto negata alla radice. La Corte ha quindi confermato che la condizione di pericolosità del Lavoratore, evidenziata dalle sue condanne e dai comportamenti in carcere, era un ostacolo insuperabile per l’accesso alla misura.

Le conclusioni: l’esito del ricorso sull’Affidamento in prova terapeutico

La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del Lavoratore inammissibile. Questo significa che il ricorso non è stato nemmeno esaminato nel merito, perché non rispettava i requisiti previsti dalla legge. Di conseguenza, la decisione del Tribunale di Sorveglianza è rimasta valida. Il Lavoratore è stato condannato a pagare le spese processuali e una somma di tremila euro alla Cassa delle ammende. La sentenza ha quindi confermato che, in presenza di una accertata pericolosità sociale e di una mancanza di collaborazione, l’Affidamento in prova terapeutico non può essere concesso, anche se il condannato soffre di dipendenze.

Cos’è l’affidamento in prova terapeutico?
È una misura alternativa al carcere che permette a persone con dipendenze da alcol o droghe di scontare la pena fuori dalla prigione, seguendo un programma di recupero specifico.

Quali sono i requisiti principali per ottenere l’affidamento in prova terapeutico?
Tra i requisiti fondamentali c’è la non pericolosità sociale del soggetto e la sua effettiva volontà di collaborare al programma terapeutico. La misura serve anche a prevenire la commissione di nuovi reati.

Cosa significa quando un ricorso viene dichiarato inammissibile?
Significa che il ricorso non può essere esaminato nel merito perché non rispetta i requisiti formali o sostanziali previsti dalla legge. La decisione impugnata rimane quindi valida.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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