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Scava sotto casa: la presunzione di comunione blocca i lavori

Una condomina scava il terrapieno sotto la sua cucina per creare un nuovo vano, annettendolo alla sua proprietà esclusiva. Un altro condomino si oppone, sostenendo che il suolo è parte comune. La Corte di Cassazione dà ragione a quest’ultimo, riaffermando il principio della presunzione di comunione del suolo su cui sorge l’edificio, come stabilito dall’art. 1117 del codice civile. L’appropriazione è illegittima perché sottrae definitivamente la parte comune all’uso, anche solo potenziale, degli altri condomini. La condomina viene quindi condannata a ripristinare lo stato dei luoghi a proprie spese.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 2 Num. 12826 Anno 2026
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Pubblicato il 19 maggio 2026 in Diritto Immobiliare, Giurisprudenza Civile

Ampliare casa scavando il sottosuolo condominiale? Un’idea bocciata dalla Cassazione

Ottenere uno spazio extra in casa è un desiderio comune, ma le soluzioni creative devono sempre fare i conti con le regole, specialmente in un condominio. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha chiarito i limiti invalicabili quando si tratta di parti comuni, applicando il fondamentale principio della presunzione di comunione. Questo caso dimostra come l’appropriazione del suolo sottostante il proprio appartamento per ricavarne un nuovo locale sia un’azione illegittima, destinata a essere sanzionata con l’obbligo di ripristinare tutto come prima.

I fatti: una stanza in più nata dal nulla

La vicenda ha origine dall’iniziativa di una condomina. La signora decide di ampliare il suo appartamento demolendo il pavimento della cucina. Successivamente, scava il terrapieno sottostante, ovvero il volume di terra su cui poggia l’edificio, per un’altezza di oltre due metri e mezzo. In questo modo crea un nuovo vano, lo collega alla sua proprietà con una scala interna e apre anche un accesso verso la via pubblica. Di fatto, annette una porzione del sottosuolo condominiale, trasformandola in una pertinenza esclusiva della sua abitazione. Un altro condomino, comproprietario di alcuni magazzini nello stesso stabile, si accorge dei lavori e decide di agire legalmente, sostenendo che quel terrapieno fosse una parte comune e chiedendo che venisse ripristinato.

Il suolo sotto l’edificio è privato o comune? La presunzione di comunione

Il cuore della disputa legale ruota attorno a una domanda precisa: il suolo su cui poggia un edificio è di proprietà del singolo condomino del piano terra o appartiene a tutti? La legge, attraverso l’articolo 1117 del codice civile, fornisce una risposta chiara basata sulla presunzione di comunione. Questo articolo elenca una serie di parti dell’edificio che, salvo prova contraria risultante da un atto di proprietà (il cosiddetto ‘titolo’), si presumono comuni. Tra queste rientrano ‘il suolo su cui sorge l’edificio’ e ‘le fondazioni’. La condomina sosteneva che quello spazio fosse utilizzabile solo da lei e quindi, di fatto, di sua pertinenza. La controparte, invece, si appellava proprio alla natura condominiale del bene, in quanto parte strutturale e di sostegno dell’intero fabbricato.

L’uso della cosa comune e i suoi limiti

L’articolo 1102 del codice civile permette a ciascun condomino di usare le parti comuni, a patto di non cambiarne la destinazione d’uso e di non impedire agli altri di farne parimenti uso. La condomina ha provato a giustificare la sua azione sostenendo che il suo fosse un ‘uso più intenso’ della cosa comune, peraltro mai utilizzata da nessun altro. Tuttavia, la Cassazione ha specificato che un conto è un uso più intenso, un altro è un’appropriazione definitiva. Scavare il terrapieno e annetterlo alla propria abitazione non è un semplice utilizzo: è un’alterazione che sottrae per sempre quella porzione di bene alla disponibilità, anche solo potenziale, di tutti gli altri proprietari. Si tratta di un’azione che va ben oltre i limiti consentiti dalla legge.

Le motivazioni: perché la Cassazione ha dato torto alla condomina

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della condomina basandosi su motivazioni solide e lineari. I giudici hanno confermato che il terrapieno rientra a pieno titolo nel ‘suolo su cui sorge l’edificio’, un bene soggetto alla presunzione di comunione secondo l’art. 1117 c.c. Le planimetrie catastali originali del 1940 già indicavano quella zona come confine delle unità immobiliari, non come parte di esse. La sua funzione è quella di sostenere l’edificio, un ruolo che va a beneficio di tutti. L’azione della condomina ha impedito in modo assoluto e definitivo agli altri condomini la ‘mera possibilità di utilizzazione’ di quel bene. Di conseguenza, il suo comportamento è stato giudicato illegittimo perché ha violato il diritto di proprietà degli altri.

Le conclusioni: ripristino e pagamento delle spese

L’esito finale è stato sfavorevole per la condomina. La Corte ha respinto il suo ricorso e l’ha condannata a ripristinare lo stato dei luoghi, eliminando il vano creato e ricostituendo il terrapieno originale. Oltre a questo, è stata condannata al pagamento delle spese legali del giudizio. Questa sentenza ribadisce un principio fondamentale: le parti comuni sono un patrimonio collettivo la cui integrità è tutelata dalla legge. Qualsiasi intervento che leda il diritto degli altri condomini, sottraendo loro una parte del bene comune, è destinato a essere dichiarato illegittimo.

Posso scavare sotto il mio appartamento al piano terra per creare una cantina?
No, a meno che un atto di proprietà non dimostri che quel suolo è di sua esclusiva proprietà. Il terreno su cui poggia l’intero edificio è per legge considerato una parte comune.

Cosa significa in pratica ‘presunzione di comunione’?
Significa che parti essenziali dell’edificio come le fondamenta, i muri portanti, il tetto e il suolo sottostante sono automaticamente di proprietà di tutti i condomini, salvo che un contratto specifico non stabilisca diversamente.

Cosa rischio se mi approprio illegalmente di una parte comune del condominio?
Qualsiasi altro condomino può farle causa per ottenere un ordine del giudice che la obblighi a ripristinare l’area alla sua condizione originale, interamente a sue spese, oltre alla condanna al pagamento dei costi legali.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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