Responsabilità professionale: il consulente risponde del rigetto dei contributi
La responsabilità professionale del consulente è un tema centrale per chiunque si affidi a esperti per l’ottenimento di finanziamenti pubblici. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce i confini della diligenza richiesta e i limiti del dovere di correttezza del cliente.
Il caso: documentazione incompleta e perdita del finanziamento
Una società si era rivolta a uno studio professionale per ottenere assistenza tecnica nella presentazione di una domanda di contributi per l’imprenditoria femminile. Nonostante il pagamento del compenso, la domanda veniva respinta dalla Pubblica Amministrazione. Il motivo del rigetto risiedeva nell’incompletezza della documentazione: il consulente aveva allegato solo il contratto di locazione, omettendo la perizia giurata o altri documenti idonei a certificare la destinazione d’uso dell’immobile, come invece richiesto esplicitamente dai bandi ministeriali.
Nei primi gradi di giudizio, la domanda di risarcimento della società era stata respinta. I giudici di merito avevano ritenuto che la documentazione fosse “astrattamente idonea” e che la società avesse concorso al danno non impugnando il rigetto davanti al tribunale amministrativo.
La decisione della Cassazione sulla responsabilità professionale
La Suprema Corte ha ribaltato tale orientamento, accogliendo il ricorso della società. Il punto focale riguarda la natura della prestazione: quando un professionista accetta un incarico, la sua responsabilità professionale deve essere valutata con estremo rigore, secondo il criterio della diligenza qualificata previsto dall’art. 1176, secondo comma, del Codice Civile.
L’errore nella valutazione della diligenza
Secondo gli Ermellini, non è sufficiente che la documentazione sia “astrattamente idonea”. Se il bando richiede prove specifiche sulla rispondenza ai vincoli urbanistici ed edilizi, il consulente deve assicurarsi che tali prove siano prodotte. Il semplice contratto di locazione prova la disponibilità del bene, ma non la sua conformità urbanistica. L’omissione di una perizia tecnica, in questo contesto, costituisce una palese negligenza professionale.
Il dovere di correttezza del danneggiato
Un altro aspetto fondamentale della sentenza riguarda l’art. 1227 c.c. La Cassazione ha chiarito che il cliente non è tenuto a iniziare un’azione giudiziaria (come un ricorso al TAR) per tentare di rimediare all’errore del professionista. Tale attività è considerata gravosa, costosa e rischiosa, e non rientra nel dovere di ordinaria correttezza richiesto al danneggiato per limitare i danni.
Le motivazioni
La Corte ha fondato la decisione sulla violazione delle norme relative alla diligenza nell’adempimento. Il professionista, in quanto esperto, ha l’onere di conoscere analiticamente le prescrizioni dei bandi e di informare il cliente sulla necessità di documenti integrativi, come le perizie giurate. La mancanza di tali documenti rende la prestazione inadeguata rispetto allo scopo contrattuale. Inoltre, è stato ribadito che il dovere di evitare l’aggravamento del danno non può tradursi nell’obbligo di intraprendere liti giudiziarie incerte contro la Pubblica Amministrazione.
Le conclusioni
In conclusione, la sentenza riafferma che il professionista risponde dell’inadempimento anche per colpa lieve se non osserva le regole tecniche della propria attività. Il cliente che subisce un danno dalla perdita di un finanziamento a causa di una pratica istruita male ha diritto al risarcimento, senza dover dimostrare di aver tentato ogni possibile via giudiziaria amministrativa. Spetta al professionista provare che l’inadempimento è derivato da causa a lui non imputabile, onere che in questo caso non è stato assolto.
Il consulente è responsabile se il bando cambia requisiti?
Sì, il professionista ha l’obbligo di aggiornarsi e verificare analiticamente le richieste specifiche di ogni singola circolare o bando ministeriale per garantire la correttezza della pratica.
Devo per forza fare ricorso al TAR se la domanda viene respinta?
No, la giurisprudenza stabilisce che il cliente non è obbligato a intraprendere azioni legali costose o rischiose per rimediare a un errore documentale commesso dal proprio consulente.
Cosa deve provare il cliente per ottenere il risarcimento?
Il cliente deve provare l’esistenza del contratto di consulenza, l’errore commesso (inadempimento), il danno subito e il nesso di causalità tra l’errore e la perdita del beneficio.