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Ex portineria: vende casa ma tiene la quota? La Cassazione dice sì

Un ex condomino vende il proprio appartamento ma, nel contratto, si riserva la proprietà della sua quota sulla vecchia portineria, da tempo inutilizzata e affittata a terzi. Il Condominio si oppone, sostenendo che la quota non può essere separata dall’appartamento. La Corte di Cassazione dà ragione all’ex condomino. Stabilisce che la **natura condominiale ex portineria** può cessare non solo con una delibera formale, ma anche di fatto, quando i condòmini ne cambiano stabilmente la destinazione d’uso. Il bene si trasforma così in una comunione ordinaria, rendendo la quota liberamente trasferibile e separabile dalla proprietà principale. La sentenza precedente viene annullata.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Civile Sez. 2 Num. 6620 Anno 2026
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Pubblicato il 23 aprile 2026 in Diritto Immobiliare, Giurisprudenza Civile

Ex portineria in affitto: si può tenere la quota dopo la vendita?

Un’importante sentenza della Corte di Cassazione chiarisce i dubbi sulla natura condominiale ex portineria, specialmente quando questa ha perso la sua funzione originaria. La decisione spiega come un bene comune possa trasformarsi e quali sono le conseguenze per i proprietari che vendono il loro appartamento. Questo caso offre spunti fondamentali per capire la differenza tra beni condominiali e beni in comunione ordinaria, un confine spesso meno netto di quanto si pensi.

La vicenda: la vendita dell’appartamento e la riserva sulla portineria

I fatti iniziano quando un proprietario vende il suo appartamento situato in un condominio. Nel contratto di compravendita, inserisce una clausola particolare. Con essa, si riserva la proprietà della sua quota millesimale sull’ex alloggio del portiere. La sua tesi è semplice: il servizio di portineria era stato abolito da decenni e, da allora, tutti i condòmini avevano deciso di comune accordo di affittare quei locali a persone esterne al condominio. Questo, secondo lui, aveva cambiato la natura del bene. Non era più una parte comune al servizio del palazzo, ma un semplice immobile in comproprietà, soggetto alle regole della comunione ordinaria. Per questo, chiedeva al giudice di sciogliere la comunione e ricevere la sua parte dei proventi.

La difesa del Condominio: un bene comune è per sempre

Il Condominio e gli altri proprietari si oppongono fermamente. Sostengono che l’ex portineria, anche se affittata, rimane una parte comune dell’edificio. Secondo la loro visione, la proprietà delle parti comuni è un accessorio inseparabile dell’appartamento. Vige il principio per cui ‘l’accessorio segue il principale’. Di conseguenza, vendendo l’appartamento, il vecchio proprietario aveva automaticamente trasferito anche la sua quota sui locali comuni, inclusa l’ex portineria. La clausola di riserva nel contratto sarebbe quindi nulla, perché non si può trattenere ciò che per legge passa automaticamente al nuovo acquirente.

La natura condominiale ex portineria può cambiare con l’uso?

La questione centrale arriva davanti alla Corte di Cassazione. Il punto da decidere è se la natura condominiale ex portineria possa cambiare a causa di un comportamento di fatto, costante e voluto da tutti i condòmini, come la locazione a terzi per un lungo periodo. I giudici di merito avevano dato torto al venditore, ritenendo necessaria una delibera assembleare unanime per modificare la destinazione di un bene comune. La Cassazione, però, ribalta questa interpretazione con un ragionamento più approfondito.

Le motivazioni: la distinzione tra condominialità necessaria e funzionale

La Corte spiega che esistono due tipi di parti comuni. Alcune sono ‘necessarie’ per l’esistenza stessa dell’edificio (es. le fondamenta, i muri maestri). Altre, invece, sono ‘funzionali’, cioè destinate a un servizio comune (es. la lavanderia, l’alloggio del portiere). Mentre le prime non possono mai perdere la loro natura comune, le seconde possono. La loro condominialità dipende dalla loro destinazione. Se questa destinazione cessa di esistere, anche la loro natura di bene condominiale può venire meno. La Corte afferma che questa cessazione non richiede per forza una delibera formale. Può derivare anche da una pratica concreta, costante e univoca, voluta da tutti i condòmini, che dimostri la volontà di dare al bene una nuova e diversa utilità. L’aver affittato per anni l’ex portineria a terzi è esattamente una di queste pratiche.

Le conclusioni: la Cassazione riconosce il cambio di destinazione di fatto

In conclusione, la Corte di Cassazione accoglie il ricorso del venditore. Stabilisce il principio secondo cui quando una parte comune ‘funzionale’, come l’ex portineria, non è più destinata all’uso condominiale a causa di un cambiamento di fatto voluto e attuato dai condòmini, essa si trasforma in un bene in comunione ordinaria. Di conseguenza, il principio ‘accessorium sequitur principale’ non si applica più. La quota di proprietà su quel bene diventa autonoma e può essere trattenuta dal venditore anche dopo la cessione dell’appartamento. La sentenza viene quindi annullata e il caso rinviato alla Corte d’Appello, che dovrà decidere di nuovo applicando questo importante principio.

Un locale condominiale come l’ex portineria può diventare una proprietà diversa?
Sì. Se un locale destinato a un servizio comune, come la portineria, perde la sua funzione originaria a causa di un uso diverso e costante nel tempo (es. viene affittato a terzi), può trasformarsi da bene condominiale a bene in comunione ordinaria.

Per cambiare la destinazione d’uso di un’ex portineria serve sempre il voto unanime dell’assemblea?
No. Secondo la Cassazione, il cambiamento può avvenire anche ‘di fatto’, cioè attraverso una pratica concreta e costante voluta da tutti i condòmini, senza che sia necessaria una delibera formale unanime.

Se vendo il mio appartamento, perdo automaticamente la mia quota sulle parti comuni?
In genere sì, perché la quota sulle parti comuni è legata all’appartamento. Tuttavia, se una parte comune si è trasformata in bene in comunione ordinaria, è possibile, come in questo caso, vendere l’appartamento e trattenere la propria quota su quel bene specifico.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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