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Eccesso di potere assembleare: il limite nella comunione

Un comproprietario ha impugnato le delibere dell’assemblea dei comunisti che rinnovavano l’affitto di un immobile a un canone inferiore a quello di mercato, lamentando un conflitto di interessi e un eccesso di potere assembleare della maggioranza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo un importante principio di diritto: le regole sull’eccesso di potere assembleare e sul conflitto di interessi, tipiche del condominio e delle società, non si applicano alla comunione ordinaria. Nella comunione, infatti, i partecipanti possono sempre chiedere la divisione del bene e le delibere sono impugnabili solo per grave pregiudizio alla cosa comune (art. 1109 c.c.). Poiché l’affitto garantiva la manutenzione dell’immobile, non vi era alcun danno oggettivo. Chi vince: la maggioranza dei comproprietari; le spese del giudizio di legittimità sono state compensate.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Civile Sez. 2 Num. 2299 Anno 2022
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Pubblicato il 10 luglio 2026 in Diritto Immobiliare, Giurisprudenza Civile

La differenza tra comunione e condominio

La gestione dei beni in comune genera spesso accesi contrasti tra i proprietari. Una recente sentenza della Corte di Cassazione chiarisce i confini tra la comunione ordinaria e il condominio negli edifici, concentrandosi sulla figura dell’eccesso di potere assembleare. La vicenda nasce dall’impugnazione di alcune delibere con cui la maggioranza dei comproprietari di un palazzo storico ha rinnovato il contratto di locazione di una porzione dell’immobile. Il canone pattuito era inferiore ai prezzi di mercato e i soci della società inquilina erano parenti dei comproprietari di maggioranza. Un comproprietario dissenziente ha quindi contestato la decisione.

Quando non si applica l’eccesso di potere assembleare

Il comproprietario escluso ha lamentato un grave danno economico personale. La sua tesi si basava sul presunto conflitto di interessi della maggioranza. Secondo questa ricostruzione, i parenti dei soci avrebbero favorito la società inquilina a discapito della redditività del bene comune. Nei primi gradi di giudizio, i magistrati hanno rigettato le richieste del comproprietario dissenziente. La Corte d’Appello ha evidenziato che il canone ridotto era giustificato dallo stato dell’immobile. La società inquilina manteneva i locali in ottimo stato di conservazione, mentre le altre parti dello stabile, rimaste vuote, versavano in condizioni di degrado. La Cassazione ha confermato questa decisione, ma ha modificato la motivazione giuridica di fondo. I giudici di legittimità hanno stabilito che l’eccesso di potere assembleare non può essere invocato in una comunione ordinaria. Questo istituto appartiene al diritto societario e si applica al condominio solo perché quest’ultimo funziona come un ente di gestione. Nella comunione ordinaria, invece, ogni proprietario possiede una quota indivisa dell’intero bene e non esiste una distinzione tra proprietà esclusiva e parti comuni.

Le motivazioni della Cassazione sull’eccesso di potere assembleare

La Suprema Corte ha spiegato le ragioni di questa distinzione. Nel condominio la comunione delle parti comuni è necessaria e perpetua. I condomini non possono liberarsi di questa situazione finché possiedono i loro appartamenti. Per questo motivo, la legge tutela i singoli condomini applicando regole simili a quelle delle società, come il controllo sul conflitto di interessi e sull’eccesso di potere assembleare. Nella comunione ordinaria la situazione è diversa. La legge considera la comproprietà una condizione temporanea. Ogni comproprietario ha il diritto potestativo (il potere di agire unilateralmente) di chiedere in qualsiasi momento la divisione del bene comune o lo stralcio della propria quota. Di conseguenza, i rimedi contro le decisioni della maggioranza sono limitati. Le deliberazioni dell’assemblea dei comproprietari si possono impugnare solo per i motivi indicati dall’articolo 1109 del codice civile. Il motivo principale è l’esistenza di un grave pregiudizio per la cosa comune. Il pregiudizio deve essere oggettivo e riguardare la conservazione del bene, non il semplice interesse economico del singolo. Nel caso specifico, la locazione garantiva la manutenzione straordinaria dello stabile.

Le conclusioni sul caso della locazione a canone ridotto

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del comproprietario dissenziente. La decisione conferma la validità delle delibere che hanno rinnovato il contratto di locazione. La maggioranza dei comproprietari ha vinto la causa. La ricorrente ha perso il giudizio. Tuttavia, i giudici hanno deciso di compensare le spese del giudizio tra le parti. Questa scelta deriva dal fatto che la Corte ha risolto la controversia applicando una regola giuridica innovativa. La pronuncia stabilisce un confine chiaro. Chi partecipa a una comunione ordinaria non può bloccare le decisioni della maggioranza lamentando un generico eccesso di potere assembleare. Se un comproprietario ritiene intollerabile la gestione della maggioranza, la strada corretta da seguire è la richiesta di divisione del bene comune.

Si può impugnare una delibera della comunione per conflitto di interessi?
No, la Corte di Cassazione ha stabilito che i vizi di conflitto di interessi e di eccesso di potere non sono applicabili alle delibere della comunione ordinaria.

Quali sono i motivi per cui si può impugnare una delibera dei comproprietari?
Le delibere della comunione ordinaria possono essere impugnate solo per i motivi indicati dall’articolo 1109 del codice civile, come l’esistenza di un grave pregiudizio per la cosa comune.

Cosa può fare un comproprietario se non condivide le scelte della maggioranza?
Il comproprietario dissenziente può esercitare in ogni momento il proprio diritto di chiedere la divisione del bene comune o lo stralcio della propria quota.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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