L’avvocato è parte del processo del cliente? Il caso in Cassazione
Un avvocato può chiedere un risarcimento allo Stato se la causa del suo cliente dura troppo? La Corte di Cassazione ha risposto a questa domanda con una recente ordinanza, chiarendo il rapporto tra la richiesta di distrazione spese avvocato Legge Pinto. La decisione stabilisce che il legale, anche se chiede il pagamento diretto dei suoi onorari, non diventa una parte autonoma del processo. Questo principio ha conseguenze importanti sul diritto all’equa riparazione per l’irragionevole durata dei giudizi.
I fatti: un legale chiede i danni allo Stato
La vicenda inizia quando un avvocato, dopo aver assistito un cliente in una causa, chiede e ottiene la cosiddetta ‘distrazione delle spese’. Si tratta di un meccanismo che permette al legale di farsi pagare le proprie competenze direttamente dalla parte che ha perso la causa. Poiché lo Stato, condannato a pagare, non adempiva, l’avvocato avviava un ulteriore procedimento per ottenere quanto gli spettava. Considerata la lunghezza complessiva di tutte queste fasi, il legale decideva di citare in giudizio lo Stato, questa volta per sé stesso. Chiedeva un risarcimento basato sulla Legge Pinto, sostenendo che l’intero percorso giudiziario fosse durato un tempo irragionevole. La sua tesi era semplice: la richiesta di distrazione delle spese lo aveva reso una vera e propria parte del giudizio, con un suo diritto autonomo a vederlo concluso in tempi rapidi.
La richiesta di distrazione spese non rende l’avvocato una parte
Il cuore del problema era stabilire se la richiesta di distrazione delle spese fosse sufficiente a trasformare l’avvocato in una parte processuale, al pari del suo cliente. Se così fosse stato, avrebbe avuto diritto a lamentarsi della durata dell’intero processo. La Corte di Cassazione, però, ha seguito un orientamento consolidato e ha dato una risposta negativa. La richiesta di distrazione è considerata un’istanza ‘accessoria’ e ‘incidentale’. Questo significa che non introduce una nuova domanda nel processo, ma si limita a modificare il destinatario finale del pagamento delle spese. L’esistenza stessa di questa richiesta dipende interamente dall’esito della causa principale: se il cliente vince, l’avvocato può sperare di essere pagato; se il cliente perde, la richiesta di distrazione cade nel vuoto insieme alla domanda principale.
Distrazione spese avvocato Legge Pinto: nessun risarcimento per la causa principale
La natura accessoria della richiesta di distrazione ha una conseguenza diretta sul diritto al risarcimento. La Legge Pinto tutela chi è ‘parte’ di un processo che si protrae troppo a lungo. Poiché l’avvocato non è considerato parte del giudizio del suo cliente, non può chiedere un indennizzo per la durata di quella fase. Il suo interesse, per quanto legittimo, rimane subordinato e dipendente da quello del suo assistito. Il diritto dell’avvocato a un processo di durata ragionevole sorge solo nel momento in cui egli agisce ‘iure proprio’, cioè per un diritto suo personale. Questo accade, ad esempio, quando avvia un giudizio di ottemperanza per costringere la parte soccombente a pagargli le spese liquidate. Solo la durata di questo secondo e autonomo procedimento può, se eccessiva, dare diritto a un risarcimento.
Le motivazioni: il diritto al ‘proprio’ processo
La Corte ha sottolineato che la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (art. 6) garantisce a ogni persona il diritto a che si svolga in tempi ragionevoli il ‘suo’ processo, non quello di altri a cui è semplicemente interessato. L’avvocato che chiede la distrazione è certamente interessato all’esito della causa, ma il processo rimane quello del suo cliente. La sua richiesta non ha la forza di creare un nuovo rapporto processuale. Inoltre, i giudici hanno ricordato che l’avvocato ha sempre la possibilità di chiedere il pagamento delle sue competenze direttamente al proprio cliente. La distrazione è solo una delle strade percorribili, non l’unica. Pertanto, il suo eventuale danno patrimoniale non deriva necessariamente dalla lentezza del processo contro la parte soccombente, ma dal rapporto contrattuale con il suo assistito.
Le conclusioni: la Cassazione rigetta il ricorso
In conclusione, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’avvocato. Ha stabilito che il calcolo della durata del processo, ai fini della Legge Pinto, doveva limitarsi alla sola fase esecutiva avviata dal legale per proprio conto. Questa fase, nel caso specifico, non aveva superato la soglia della ragionevole durata. Viene così confermato un principio fondamentale: la richiesta di distrazione spese avvocato Legge Pinto non è un binomio che garantisce automaticamente un risarcimento. L’avvocato non può sommare la durata della causa del cliente a quella della sua azione di recupero crediti. Il suo diritto all’equa riparazione è circoscritto solo ed esclusivamente al tempo impiegato per far valere in prima persona il suo credito professionale.
Se un avvocato chiede la distrazione delle spese, diventa parte del processo?
No, secondo la Cassazione la richiesta di distrazione delle spese è un’istanza accessoria e non conferisce all’avvocato la qualità di parte autonoma nel processo principale.
L’avvocato può chiedere un risarcimento per la durata eccessiva della causa del suo cliente?
No, non può chiederlo per la durata della causa principale. Il suo diritto all’equa riparazione sorge solo se avvia un autonomo procedimento per recuperare le sue spese, come un giudizio di ottemperanza, e questo specifico procedimento dura troppo.
Cosa significa che l’istanza di distrazione è ‘accessoria’?
Significa che dipende interamente dall’esito della causa principale del cliente. Se il cliente perde, anche la richiesta dell’avvocato viene respinta. L’istanza non ha vita propria.