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Decreto di espulsione: la lingua scelta non si può contestare

Un cittadino straniero ha impugnato il decreto di espulsione emesso dalla Prefettura a seguito della revoca del suo permesso di soggiorno. Il ricorrente sosteneva che la revoca fosse illegittima a causa delle proroghe normative legate all’emergenza sanitaria e che il provvedimento non fosse stato tradotto nella sua lingua madre, il Wolof, ma solo in francese. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l’illegittimità della revoca del permesso di soggiorno va contestata davanti al giudice amministrativo e non incide direttamente sul decreto di espulsione, che è un atto automatico. Inoltre, lo straniero aveva precedentemente dichiarato di comprendere l’italiano e di preferire il francese per le notifiche, rendendo inammissibile la contestazione sulla lingua.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 1 Num. 26890 Anno 2023
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Pubblicato il 16 luglio 2026 in Giurisprudenza Civile

Il decreto di espulsione e la revoca del permesso di soggiorno

Il decreto di espulsione rappresenta lo strumento principale con cui lo Stato allontana i cittadini stranieri non in regola con le norme sul soggiorno. Nel caso in esame, un cittadino straniero ha ricevuto un decreto di espulsione dalla Prefettura in seguito alla revoca del suo permesso di soggiorno. Lo straniero ha presentato ricorso davanti al Giudice di Pace per chiedere l’annullamento del provvedimento. Egli sosteneva che la revoca del suo titolo di soggiorno fosse illegittima. Secondo la sua tesi, le proroghe dei permessi introdotte durante l’emergenza sanitaria da Covid-19 avrebbero dovuto proteggere la validità del suo documento. Di conseguenza, anche l’espulsione successiva doveva considerarsi nulla. Inoltre, il ricorrente ha sollevato una questione relativa alla traduzione dell’atto, lamentando la mancata traduzione nella propria lingua madre.

La contestazione sulla lingua di traduzione

La seconda contestazione riguardava la lingua utilizzata per la notifica del provvedimento. Il decreto di espulsione era stato tradotto esclusivamente in lingua francese. Il cittadino straniero ha affermato di non conoscere il francese e ha lamentato la violazione delle norme sui diritti di difesa. Secondo la sua difesa, l’amministrazione avrebbe dovuto tradurre l’atto in lingua Wolof, l’idioma locale del Senegal, suo Paese di origine. Il Giudice di Pace ha rigettato questa opposizione. Il giudice ha rilevato che lo straniero, al momento della compilazione del foglio notizie, aveva espressamente dovuto dichiarare di comprendere la lingua italiana. In quella stessa occasione, lo straniero aveva indicato il francese come lingua preferita per ricevere le comunicazioni ufficiali. Questa dichiarazione iniziale ha reso legittima la scelta dell’amministrazione di utilizzare il francese per la notifica.

Le motivazioni della Cassazione sul decreto di espulsione

La Corte di Cassazione ha confermato la decisione del Giudice di Pace e ha chiarito due principi fondamentali. In primo luogo, i giudici hanno analizzato il rapporto tra la revoca del permesso di soggiorno e il successivo decreto di espulsione. La revoca del titolo di soggiorno è un atto di competenza esclusiva della Questura. Se lo straniero ritiene che tale revoca sia illegittima, deve impugnare l’atto davanti al Tribunale Amministrativo Regionale (TAR). Il giudice ordinario, chiamato a decidere sul decreto di espulsione, non può annullare o sindacare la revoca del permesso di soggiorno decisa dalla Questura. Una volta che il permesso di soggiorno viene revocato, lo straniero si trova automaticamente in una condizione di soggiorno irregolare sul territorio italiano. Il decreto di espulsione diventa quindi un atto dovuto e automatico da parte della Prefettura. Il ricorrente non può far valere i vizi della revoca del permesso direttamente nel giudizio di opposizione all’espulsione.

Le conclusioni sul ricorso dello straniero

In secondo luogo, la Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il motivo di ricorso relativo alla traduzione in lingua francese. I giudici hanno evidenziato che la condotta dello straniero deve essere coerente con le dichiarazioni rese alle autorità. Se il cittadino dichiara per iscritto di comprendere l’italiano e indica il francese come lingua preferita, non può successivamente lamentare la mancata traduzione in un altro dialetto locale. Questa condotta contrasta con l’accertamento dei fatti compiuto dai giudici di merito. La Cassazione ha quindi rigettato definitivamente il ricorso dello straniero. Il decreto di espulsione resta pienamente valido ed efficace. Questa decisione conferma che l’espulsione è la conseguenza automatica della perdita del titolo di soggiorno e che le dichiarazioni rese dallo straniero al momento del primo contatto con le autorità hanno un valore vincolante per le successive notifiche degli atti.

Si può contestare il decreto di espulsione se la revoca del permesso di soggiorno era illegittima?
No, l’illegittimità della revoca del permesso di soggiorno va impugnata davanti al Tribunale Amministrativo Regionale e non può essere usata per annullare direttamente l’espulsione davanti al Giudice di Pace.

Cosa succede se il decreto di espulsione viene tradotto in una lingua diversa da quella madre?
Il provvedimento è valido se lo straniero ha precedentemente dichiarato di comprendere l’italiano o ha indicato quella specifica lingua straniera come preferita per le notifiche.

Quale giudice decide sul ricorso contro il decreto di espulsione della Prefettura?
Il ricorso contro il provvedimento di espulsione deve essere presentato davanti al Giudice di Pace territorialmente competente.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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