L’accordo sui compensi e l’importanza della data certa scrittura privata
Quando un’azienda o un ente entra in crisi e viene sottoposto a una procedura concorsuale, i creditori devono dimostrare la certezza dei propri diritti. Tra i requisiti più severi richiesti dalla legge vi è la data certa scrittura privata, un elemento indispensabile per rendere opponibile qualsiasi accordo firmato prima del dissesto. Senza questa prova temporale oggettiva, anche il contratto più dettagliato rischia di diventare carta straccia di fronte ai commissari liquidatori. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha affrontato proprio questo tema, analizzando il caso di due professionisti che chiedevano il pagamento di parcelle milionarie.
Il caso: la richiesta milionaria dei professionisti
Due avvocati avevano assistito un ente religioso in numerose cause fiscali e previdenziali prima che questo venisse ammesso alla procedura di amministrazione straordinaria (una forma di fallimento per grandi imprese). I professionisti sostenevano di aver stipulato con l’ente un accordo scritto che prevedeva un compenso fisso in caso di sconfitta e una percentuale dell’otto per cento sul risparmio ottenuto in caso di vittoria. Sulla base di questa convenzione, i legali chiedevano l’ammissione al passivo della procedura per una somma superiore a dieci milioni di euro.
I commissari straordinari dell’ente, tuttavia, rifiutavano di applicare l’accordo privato. Essi evidenziavano che la scrittura privata non presentava alcuna data certa. Di conseguenza, i commissari ricalcolavano i compensi applicando i parametri minimi ministeriali, riducendo la cifra spettante a circa centotrentottomila euro. I professionisti proponevano opposizione davanti al Tribunale, ma il giudice respingeva il ricorso, confermando la decisione dei commissari. Gli avvocati decidevano quindi di rivolgersi alla Corte di Cassazione.
Perché la non contestazione dei commissari non basta
I professionisti lamentavano che i commissari della procedura non avessero mai contestato l’effettivo svolgimento dell’attività professionale o l’autenticità dei documenti presentati. Secondo la tesi dei ricorrenti, questo comportamento equivaleva a un’accettazione implicita della data dell’accordo.
La Cassazione ha smentito categoricamente questa ricostruzione. I commissari straordinari sono soggetti terzi rispetto al debitore originario. Proprio a causa di questa loro assoluta terzietà, essi non possono sanare con il loro silenzio la mancanza di requisiti formali previsti dalla legge. La mancanza di una data sicura e verificabile rappresenta un fatto impeditivo insanabile, che il giudice ha il dovere di rilevare d’ufficio, cioè di propria iniziativa, anche se nessuna delle parti lo richiede espressamente.
Le motivazioni della Cassazione sulla data certa scrittura privata
Nelle motivazioni della sentenza, i giudici di legittimità hanno ribadito che la data certa scrittura privata può essere dimostrata solo attraverso fatti oggettivi e incontestabili. La legge prevede sistemi tipici come la registrazione dell’atto, la morte di uno dei firmatari o la riproduzione del testo in un atto pubblico.
In alternativa, si possono usare prove indirette, purché presentino un carattere di assoluta obiettività e non siano riconducibili alla sola volontà di chi le invoca. Nel caso specifico, la corrispondenza tra gli avvocati e l’ente non formava un corpo unico con i timbri postali. Inoltre, le fatture emesse e gli estratti IVA non erano autenticati da un notaio. Pertanto, tutta la documentazione prodotta è stata considerata priva di valore probatorio riguardo alla datazione dell’accordo.
La Corte ha inoltre affrontato la questione dei privilegi per l’IVA e la Cassa Forense. I legali pretendevano che tali somme fossero pagate con precedenza rispetto agli altri creditori. La Cassazione ha chiarito che le norme che introducono nuovi privilegi non sono retroattive. Poiché le prestazioni professionali si erano concluse prima del 2018, anno di entrata in vigore della riforma protettiva, tali accessori rimangono crediti semplici (chirografari).
Le conclusioni della Suprema Corte sul caso specifico
La Corte di Cassazione ha rigettato integralmente il ricorso proposto dai due avvocati. Questa decisione conferma che, in assenza di una data certa scrittura privata, i contratti stipulati con un soggetto poi fallito non hanno valore verso la procedura concorsuale.
I professionisti non solo hanno perso la possibilità di incassare i dieci milioni di euro richiesti, ma sono stati condannati a pagare dodicimila euro di spese processuali in favore dell’amministrazione straordinaria. Questo verdetto lancia un monito chiaro a tutti i professionisti: per tutelare i propri compensi futuri, è fondamentale registrare tempestivamente ogni convenzione o utilizzare strumenti digitali che garantiscano una marcatura temporale opponibile ai terzi.
Come si può attribuire data certa a una scrittura privata?
La data certa si ottiene principalmente tramite la registrazione dell’atto presso l’Agenzia delle Entrate, l’apposizione di una firma digitale con marcatura temporale, oppure se si verifica un evento oggettivo e incontestabile come la morte di uno dei sottoscrittori.
Cosa succede se un accordo professionale non ha data certa in caso di fallimento del cliente?
L’accordo non è opponibile alla procedura concorsuale e i commissari possono ignorarlo, ricalcolando i compensi dovuti al professionista sulla base delle tariffe minime di legge anziché su quelle concordate.
La mancata contestazione dei commissari fallimentari sana l’assenza di data certa?
No, la non contestazione non ha alcun valore terapeutico poiché i commissari sono soggetti terzi rispetto al debitore e il giudice ha il dovere di rilevare d’ufficio la mancanza di data certa.