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Danno da cose in custodia: Comune condannato per gradino rotto

Un pedone cadeva su una scalinata comunale a causa di un gradino rotto, riportando lesioni fisiche. Il Tribunale e la Corte d’Appello condannavano l’ente pubblico al risarcimento. Il Comune ricorreva in Cassazione, sostenendo che la disattenzione del danneggiato escludesse la propria responsabilità. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando che il danno da cose in custodia configura una responsabilità oggettiva. Per liberarsi, il custode deve provare il caso fortuito o la colpa esclusiva del danneggiato. Nel caso specifico, i giudici hanno accertato l’assenza di imprudenza da parte del pedone, confermando il diritto al risarcimento.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 3 Num. 19296 Anno 2026
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Pubblicato il 20 luglio 2026 in Giurisprudenza Civile

Il danno da cose in custodia e la caduta sulle scale comunali

Chi cammina per le vie cittadine si aspetta che la pavimentazione sia sicura e priva di pericoli nascosti. Quando si verifica una caduta a causa di un gradino rotto o di una buca, si entra immediatamente nell’ambito della responsabilità civile dell’ente pubblico. La Corte di Cassazione ha recentemente affrontato un caso emblematico riguardante il danno da cose in custodia, confermando la condanna di un Comune a risarcire un cittadino infortunato. Questa importante decisione dei giudici di legittimità ribadisce regole fondamentali sulla ripartizione dell’onere della prova e sulla natura oggettiva della responsabilità del custode della strada.

La dinamica dell’incidente e la richiesta di risarcimento

Il fatto originario risale a una giornata in cui un pedone, mentre percorreva una scalinata pubblica di collegamento, perdeva improvvisamente l’equilibrio a causa di un gradino visibilmente deteriorato e dissestato. La caduta provocava lesioni personali significative, costringendo la vittima a un immediato ricovero ospedaliero. Il danneggiato decideva quindi di citare in giudizio l’amministrazione comunale per ottenere il risarcimento di tutti i danni subiti, sia fisici che morali. Nei primi due gradi di giudizio, i giudici di merito accoglievano pienamente la domanda del cittadino, riconoscendo la responsabilità dell’ente locale. Il Comune decideva tuttavia di impugnare la decisione davanti alla Corte di Cassazione, sostenendo che la presunta disattenzione del pedone avesse interrotto il nesso causale e che l’evento potesse essere evitato con una minima prudenza visiva.

Quando si configura il danno da cose in custodia

La disciplina del danno da cose in custodia si fonda sull’articolo 2051 del codice civile. Questa norma stabilisce una responsabilità di tipo oggettivo a carico di chi ha il controllo del bene. Significa che per ottenere il risarcimento non è necessario dimostrare la colpa o la negligenza dell’amministrazione comunale nella manutenzione. Al danneggiato basta provare l’esistenza del nesso di causalità, ossia il rapporto di causa-effetto, tra la cosa in custodia (la scalinata dissestata) e l’evento dannoso (la caduta con le relative lesioni fisiche). Una volta fornita questa prova da parte del cittadino, la responsabilità del custode si presume per legge, a meno che quest’ultimo non riesca a dimostrare l’esistenza del caso fortuito, cioè un evento straordinario, del tutto imprevedibile e inevitabile.

Le motivazioni della Cassazione sul danno da cose in custodia

Le motivazioni della Cassazione sul danno da cose in custodia si concentrano sulla totale mancanza di prove fornite dall’amministrazione comunale a propria difesa. I giudici di legittimità hanno chiarito che il Comune non ha dimostrato alcuna condotta imprudente o negligente da parte del pedone. Al contrario, i giudici nei precedenti gradi di giudizio avevano già ampiamente accertato che il cittadino camminava senza commettere alcuna imprudenza o distrazione. La semplice affermazione generica del Comune circa la visibilità del gradino non è stata ritenuta sufficiente per integrare il caso fortuito o per dimostrare un concorso di colpa del danneggiato. La Cassazione ha quindi ribadito che, in assenza di una prova concreta di un comportamento eccezionale e imprevedibile della vittima, l’ente pubblico risponde interamente dei danni causati dalla cattiva manutenzione dei beni stradali affidati alla sua custodia.

Le conclusioni sul caso della scalinata dissestata

Le conclusioni sul caso della scalinata dissestata sanciscono la definitiva sconfitta del Comune e la vittoria del cittadino infortunato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’ente locale, condannandolo anche al pagamento delle ingenti spese legali del giudizio. Questa sentenza conferma un orientamento giurisprudenziale molto rigoroso, che mira a tutelare i cittadini dai pericoli derivanti dall’incuria dei beni pubblici. Per evitare di pagare risarcimenti, le amministrazioni comunali non possono limitarsi a invocare la generica disattenzione dei passanti, ma devono dimostrare attivamente di aver mantenuto le strade in sicurezza o che l’incidente sia avvenuto per un fattore del tutto eccezionale, imprevisto e non prevenibile.

Chi deve provare il danno in caso di caduta su una strada pubblica?
Il danneggiato deve dimostrare il nesso di causalità tra la strada dissestata e la caduta, oltre alla custodia del bene in capo all’ente pubblico.

Come può il Comune liberarsi dalla responsabilità per cose in custodia?
L’ente pubblico deve fornire la prova del caso fortuito, dimostrando che l’evento è stato causato da un fattore imprevedibile, inevitabile o dalla colpa esclusiva del danneggiato.

La semplice disattenzione del pedone esclude sempre il risarcimento?
No, la disattenzione del pedone non esclude automaticamente il risarcimento, a meno che non sia talmente grave, imprevedibile ed eccezionale da rappresentare l’unica causa della caduta.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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