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Compenso dell’arbitro: niente saldo d’oro se la ditta fallisce

Un professionista ha chiesto l’ammissione al passivo di una compagnia assicurativa in liquidazione coatta amministrativa per ottenere il proprio compenso dell’arbitro. L’arbitrato era iniziato prima del fallimento, ma l’arbitro si era insediato solo dopo l’avvio della procedura concorsuale, nonostante il disinteresse delle parti che avevano rinunciato alla clausola compromissoria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del professionista, confermando che non spetta il compenso pieno né la prededucibilità se l’attività non è stata utile alla procedura concorsuale e l’insediamento è avvenuto senza presupposti. L’arbitro perde la causa e deve pagare le spese legali.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 1 Num. 8213 Anno 2022
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Pubblicato il 14 luglio 2026 in Diritto Societario, Giurisprudenza Civile

Il caso del compenso dell’arbitro negato dopo il fallimento

La determinazione del compenso dell’arbitro rappresenta un tema delicato, specialmente quando si intreccia con il fallimento di una delle parti coinvolte nella disputa. Nel caso in esame, un professionista ha richiesto il pagamento di una cifra importante per aver svolto il ruolo di arbitro unico in una controversia che vedeva coinvolta una compagnia assicuratrice. Quest’ultima, tuttavia, è stata posta in liquidazione coatta amministrativa (una procedura fallimentare speciale per le imprese di interesse pubblico) prima ancora che l’arbitro si insediasse ufficialmente. Il professionista ha preteso l’ammissione al passivo del suo intero credito con il beneficio della prededucibilità (il diritto di essere pagato con precedenza assoluta rispetto agli altri creditori).

Quando l’arbitrato si scontra con la liquidazione coatta

La vicenda trae origine da un contratto stipulato dalla compagnia assicuratrice quando era ancora in piena attività. Questo contratto conteneva una clausola compromissoria (un accordo per risolvere le liti tramite arbitri privati). Quando è sorta la controversia, la procedura arbitrale è stata avviata, ma prima della costituzione dell’organo arbitrale la compagnia è fallita. Nonostante la dichiarazione di liquidazione coatta, il professionista ha deciso comunque di insediarsi e di avviare le attività del tribunale arbitrale. La nuova gestione della compagnia assicuratrice ha eccepito immediatamente l’improcedibilità dell’arbitrato, evidenziando la perdita di capacità processuale della società e la mancanza di interesse a proseguire il giudizio privato.

La rinuncia reciproca delle parti e l’inutilità del lodo

Nel corso della prima udienza, le parti del giudizio arbitrale hanno presentato un accordo scritto con cui rinunciavano reciprocamente alla clausola compromissoria. Questa rinuncia reciproca ha di fatto svuotato di significato la prosecuzione del giudizio. Ciononostante, l’arbitro ha ritenuto necessario emettere un lodo formale (la decisione finale degli arbitri) per dichiarare l’estinzione del procedimento, provvedendo poi ad autoliquidarsi una parcella di oltre sessantottomila euro. Il tribunale fallimentare ha ridotto drasticamente questa somma a soli quattromila euro, escludendo anche la prededucibilità del credito, poiché l’attività non aveva arrecato alcuna utilità alla procedura di liquidazione.

Le motivazioni della Cassazione sul compenso dell’arbitro

I giudici della Suprema Corte hanno rigettato il ricorso del professionista confermando la decisione del tribunale. Nelle motivazioni relative al compenso dell’arbitro, la Corte ha chiarito che il diritto a ricevere l’onorario sorge solo se l’incarico è stato legittimamente e concretamente espletato. Nel caso specifico, l’arbitro non aveva alcun motivo per insediarsi e per emettere un lodo formale. La rinuncia reciproca delle parti alla clausola compromissoria ha estinto immediatamente il potere dell’arbitro di decidere. Non era quindi necessaria alcuna formale accettazione della rinuncia, in quanto la volontà bilaterale assorbe qualsiasi altra formalità. Di conseguenza, l’attività successiva dell’arbitro è stata il frutto di una sua autonoma e ingiustificata scelta, che non può gravare sui creditori della società fallita.

Le conclusioni sul compenso dell’arbitro e la prededucibilità

La sentenza stabilisce un principio chiaro in merito alla prededucibilità dei crediti professionali nelle procedure concorsuali. Nelle conclusioni sul compenso dell’arbitro, la Cassazione ha ribadito che un credito può essere pagato in prededuzione solo se sorge in occasione o in funzione della procedura fallimentare. L’arbitrato in questione non è stato promosso dal commissario liquidatore e non ha svolto alcuna funzione utile alla liquidazione dei beni della compagnia. L’attività del professionista si è rivelata del tutto estranea alle esigenze della procedura concorsuale. Per queste ragioni, il ricorso è stato interamente rigettato e il professionista è stato condannato a pagare le spese del giudizio di legittimità.

Quando spetta il compenso all’arbitro in caso di fallimento di una parte?
Il compenso spetta solo se l’arbitro si è insediato legittimamente prima del fallimento o se la sua attività è stata autorizzata e ritenuta utile per la procedura concorsuale.

Cosa succede se le parti rinunciano alla clausola compromissoria?
La rinuncia reciproca estingue immediatamente il potere dell’arbitro di decidere, rendendo inutile e non risarcibile l’emissione di un lodo formale successivo.

Che cos’è la prededucibilità di un credito professionale?
Si tratta del diritto di un professionista di essere pagato prima degli altri creditori, ma si applica solo se il suo lavoro è servito direttamente alla procedura di fallimento.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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