Compenso Amministratore: Accordo Scritto o Delibera?
La determinazione del compenso per gli amministratori di società è una questione delicata, regolata da precise norme del codice civile. La regola generale prevede che sia l’assemblea dei soci a decidere l’importo tramite una delibera formale. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione ha però affrontato un caso particolare, stabilendo che in determinate circostanze un accordo scritto può avere la stessa validità di una decisione assembleare. La sentenza chiarisce quando un compenso amministratore senza delibera può essere considerato legittimo, privilegiando la sostanza sulla forma.
Il Fatto: Un Compenso Contestato
Una società a responsabilità limitata, controllata da un unico socio, aveva revocato la sua amministratrice. Successivamente, l’azienda le aveva fatto causa per ottenere la restituzione di una parte significativa dei compensi ricevuti nel corso degli anni. Secondo l’azienda, tali somme non erano dovute perché non erano mai state approvate da una delibera formale dell’assemblea dei soci. La fonte di quel compenso era, invece, un contratto specifico, un ’employment agreement’, sottoscritto da tutte le parti coinvolte, inclusi i rappresentanti del socio unico. Oltre alla restituzione dei compensi, l’azienda chiedeva anche un risarcimento perché l’ex amministratrice, dopo la revoca, non aveva restituito un immobile di proprietà della società che le era stato concesso in uso.
La Difesa dell’Amministratore e la Posizione dell’Azienda
Le posizioni erano nettamente contrapposte. L’amministratrice sosteneva la piena validità del suo compenso, in quanto basato su un accordo contrattuale chiaro e sottoscritto da tutti. A suo avviso, questo accordo manifestava la volontà inequivocabile del socio unico di riconoscerle quella retribuzione. L’azienda, al contrario, si appellava al rigore formale della legge. Sosteneva che, in assenza di una delibera assembleare specifica, come richiesto dal codice civile, qualsiasi pagamento era da considerarsi indebito e doveva essere restituito. La mancanza dell’atto formale rendeva, secondo la società, l’accordo privato irrilevante ai fini della determinazione del compenso.
Il Valore dell’Accordo nel caso di compenso amministratore senza delibera
La Corte di Cassazione ha analizzato la situazione concreta per risolvere la controversia. I giudici hanno dato grande importanza al contesto specifico: una S.r.l. con un socio unico. In una struttura del genere, la volontà del socio unico equivale, di fatto, alla volontà dell’intera assemblea. L’accordo scritto, firmato anche dai rappresentanti del socio unico, era la prova diretta che la volontà di pagare quel compenso esisteva ed era chiara. Inoltre, tale accordo era stato costantemente eseguito nel tempo e le relative somme erano state regolarmente iscritte a bilancio, senza che l’amministratrice sollevasse mai obiezioni. Questo comportamento concludente ha rafforzato il valore dell’accordo, rendendo legittimo il compenso amministratore senza delibera.
Le motivazioni: perché l’accordo sostituisce la delibera
La Corte ha spiegato che, sebbene la delibera assembleare sia la procedura standard, non è un feticcio formale da rispettare a ogni costo. In una S.r.l. a socio unico, dove la negoziazione avviene direttamente tra l’amministratore e chi detiene il 100% del capitale, un accordo scritto e approvato rappresenta l’equivalente sostanziale di una delibera totalitaria. La volontà sociale era stata espressa in modo chiaro e inequivocabile attraverso il contratto. Pertanto, pretendere anche una delibera formale sarebbe stato un eccesso di formalismo. La Corte ha quindi ritenuto valido il compenso. Sul secondo punto, invece, i giudici hanno dato ragione all’azienda. Una volta revocata, l’amministratrice non aveva più alcun titolo per occupare l’immobile aziendale. La sua permanenza era illegittima e fonte di danno per la società, che ha dovuto continuare a pagare i canoni senza poter utilizzare il bene. Di conseguenza, l’ex amministratrice è stata condannata a restituire le somme relative a questa occupazione indebita.
Le conclusioni: la vittoria della sostanza sulla forma
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell’amministratrice, condannandola al pagamento delle spese legali. La decisione finale conferma un principio importante: nel diritto societario, la sostanza delle decisioni può prevalere sulla forma, specialmente in contesti aziendali semplici come una S.r.l. a socio unico. Un compenso amministratore senza delibera è legittimo se la volontà dei soci è chiaramente espressa e provata attraverso un accordo scritto, conosciuto e applicato nel tempo. L’amministratrice ha quindi perso la causa, vedendosi confermata la condanna alla restituzione delle somme per l’occupazione dell’immobile e al pagamento delle spese processuali.
Il compenso di un amministratore deve essere sempre deciso dall’assemblea dei soci?
Di regola sì, ma questa sentenza chiarisce che in contesti particolari, come una S.r.l. a socio unico, un accordo scritto e approvato da tutti può essere considerato equivalente a una delibera formale.
Cosa rischia un amministratore che riceve compensi non previsti da una delibera?
Rischia di dover restituire le somme percepite. Tuttavia, se può dimostrare l’esistenza di un accordo valido e conosciuto dai soci che lo ha determinato, il suo diritto al compenso può essere riconosciuto, come avvenuto in questo caso.
Un amministratore revocato può continuare a usare i beni aziendali, come un immobile?
No. Dopo la revoca, l’amministratore perde il titolo per utilizzare i beni aziendali. Se non li restituisce tempestivamente, deve risarcire la società per il danno causato, ad esempio pagando un’indennità per l’occupazione.