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Cade al supermercato? Non basta per la responsabilità da custodia

Una cliente cadeva all’interno di un supermercato e chiedeva il risarcimento dei danni. La sua domanda è stata respinta. La Corte di Cassazione ha confermato la decisione, stabilendo un principio fondamentale in materia di responsabilità da cose in custodia (art. 2051 c.c.): non basta dimostrare di essere caduti, ma è necessario provare il nesso di causalità. La cliente non è riuscita a dimostrare che la caduta fosse stata causata da una specifica anomalia del locale (es. un ostacolo o pavimento scivoloso). Di conseguenza, la richiesta di risarcimento del gestore del supermercato è stata definitivamente negata.

Riferimento:
Ordinanza di Cassazione Civile Sez. 3 Num. 14065 Anno 2023
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Pubblicato il 13 maggio 2026 in Giurisprudenza Civile

Caduta al supermercato: il risarcimento non è automatico

Una recente ordinanza della Corte di Cassazione chiarisce un punto cruciale per chi subisce un infortunio in un locale aperto al pubblico. La vicenda riguarda una cliente caduta all’interno di un supermercato, la quale aveva citato in giudizio l’azienda per ottenere il risarcimento dei danni. Il caso mette in luce i confini della cosiddetta responsabilità da cose in custodia, disciplinata dall’articolo 2051 del Codice Civile. Questa norma stabilisce che chi ha in custodia una cosa è responsabile dei danni che essa provoca, a meno che non provi il ‘caso fortuito’. Tuttavia, la sentenza dimostra che l’onere della prova per il danneggiato non è così semplice come si potrebbe pensare.

La vicenda: una caduta senza colpevole

I fatti sono semplici. Una cliente si trovava all’interno di un supermercato quando, per cause non chiarite, cadeva a terra riportando lesioni. Convinta che la responsabilità fosse del gestore del locale, in qualità di custode dei luoghi, avviava una causa per ottenere il risarcimento. Sia il Tribunale in primo grado che la Corte d’Appello, però, respingevano la sua richiesta. I giudici ritenevano che la cliente non avesse fornito una prova adeguata del nesso di causalità, ovvero del legame diretto tra le condizioni del supermercato e la sua caduta. La questione è quindi arrivata fino alla Corte di Cassazione.

La regola della responsabilità da cose in custodia

L’articolo 2051 del Codice Civile introduce una forma di responsabilità definita ‘oggettiva’. Questo significa che il gestore di un locale è responsabile dei danni che avvengono al suo interno non perché abbia commesso una specifica negligenza, ma semplicemente perché ha il potere e il dovere di controllo (la ‘custodia’) su quell’ambiente. Per liberarsi da questa responsabilità, il custode non deve dimostrare di essere stato diligente, ma deve provare l’esistenza del ‘caso fortuito’. Il caso fortuito è un evento imprevedibile e inevitabile che ha causato il danno, come una calamità naturale, l’azione di un terzo o la stessa condotta imprudente del danneggiato.

L’onere della prova: cosa deve dimostrare chi cade

Qui si inserisce il punto centrale della decisione. La Cassazione ribadisce che, prima ancora che il custode debba provare il caso fortuito, spetta alla persona danneggiata dimostrare due elementi fondamentali: il danno subito e, soprattutto, il nesso di causalità. In altre parole, chi cade deve provare che l’evento dannoso è una conseguenza diretta di una caratteristica della cosa in custodia. Non è sufficiente affermare ‘sono caduto nel supermercato’, ma bisogna dimostrare ‘sono caduto A CAUSA di un pavimento bagnato non segnalato, di un ostacolo non visibile o di un’altra anomalia’. Se questa prova manca, la domanda di risarcimento non può essere accolta.

Le motivazioni della Cassazione: la prova del nesso causale

La Corte Suprema ha rigettato il ricorso della cliente proprio per questo motivo. I giudici hanno spiegato che dalle prove raccolte, incluse le testimonianze, non era emersa con ‘sufficiente certezza e inequivocità’ la causa effettiva della caduta. Non era stato provato che i passaggi del supermercato fossero intralciati o che vi fosse un’altra condizione anomala e pericolosa. In assenza della prova del nesso causale, il meccanismo della responsabilità da cose in custodia non può nemmeno attivarsi. Il giudice non può presumere che la caduta sia dovuta a una colpa del gestore; deve essere il danneggiato a fornire gli elementi concreti che lo dimostrino.

Conclusioni: chi cade deve dimostrare perché

La decisione è un monito importante. Subire un infortunio in un luogo altrui non garantisce un risarcimento automatico. La legge richiede un preciso onere probatorio a carico di chi si ritiene danneggiato. È indispensabile poter dimostrare non solo di essere caduti, ma anche e soprattutto il ‘perché’ della caduta, ricollegandola a una condizione specifica e potenzialmente pericolosa della cosa in custodia. Senza questa prova, il gestore del locale non è tenuto a risarcire alcun danno. La cliente, in questo caso, ha perso la causa e dovrà anche pagare le spese legali alla controparte.

Se cado in un negozio, ho sempre diritto al risarcimento?
No, non è automatico. La persona danneggiata deve dimostrare che la caduta è stata causata da una specifica anomalia del locale (es. pavimento bagnato e non segnalato, un ostacolo) e non da una semplice disattenzione.

Cosa deve provare il gestore di un locale per non pagare i danni?
Il gestore deve provare il ‘caso fortuito’, cioè un evento imprevedibile e inevitabile che ha interrotto il legame di causa-effetto, come la condotta eccezionalmente imprudente del cliente stesso o il fatto improvviso di un terzo.

Chi deve provare cosa in una causa per caduta in un locale?
La persona danneggiata deve provare di essere caduta, di aver subito un danno e che la caduta è stata causata da una condizione del locale. Solo a quel punto il gestore, per difendersi, deve provare il caso fortuito.

La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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